Zibaldino non rispose più. Si avviò per la riva del fosso, e camminava forte.
Mezzaluna corse sulla strada, stette in forse un secondo, poi chiamò:
— O Zibaldinoooo?
L’altro affrettava il passo dinoccolato, il cappello sugli occhi e le mani in tasca.
— O Zibaldinoooo?... Non mi sentite?...
Sì! Chi lo sentiva?... Era indispettito. Svoltò per la prima viottola e non si vide più. Allora Mezzalana si grattò un orecchio e incominciò a pensare. Era troppo chiaro che il semplicista si era preso giuoco di lui. Forse con tre palanche avrebbe parlato un po’ più e si rimproverava di non aver arrotondata la grassa mercede. Ma tale rimprovero non resse alla sua critica feroce. Tre palanche per un chiacchierone che veniva a guardarvi negli occhi o a tastarvi il polso? Bisognava essere milionari per darsi a spese simili. E negli occhi che cosa ci vedeva, la fede di nascita?... E a che serviva tastare il polso se egli sentiva male dentro, nel cassone, fra il cuore, lo stomaco e la milza? Spendere due soldi per sentirsi ripetere la bella verità che bisognava morire!... Tante grazie! Credeva forse che Mezzalana non sapesse.... Però aveva solo settant’anni. Che cos’erano settant’anni?... Suo padre era morto a ottantasette e suo nonno a novantaquattro. E aveva sentito dire dalla buon’anima di sua madre che un loro vecchio antico era giunto alla bella età di cento e quindici anni. Oh, sì!... Così bastava!... Dice: — Era ridotto come un uccellino!... Be’, e se era magro, e se mangiava poco non era fra i vivi ugualmente?... Perchè il tutto sta a non dover andarsene troppo presto; per il resto che cosa importa?... Anche se uno non si muove più da una sedia, basta veda....
E qui lo colse un pensiero amaro: e se per davvero egli non avesse potuto veder più?... A settant’anni! E gli pareva di trovarsi di fronte a una smisurata ingiustizia se pensava alla morte alla sua età. Si spinse la galosa sulla nuca; si avviò per l’aia ciondolon ciondoloni; prese una forca appoggiata a un pagliaio e la portò nella capanna. Il cane corse ad annusargli le gambe; lo scacciò.
Una subita incredulità lo invase. Ogni dubbio ne fu travolto. Ma che morire!... A dar retta a certa gente sì, che si sarebbe morti venti volte il giorno. L’ora segnata era nel libro di Dio, non poteva conoscerla faccia d’uomo sulla madre terra. Il nostro destino era ben al disopra dei tetti delle case, in fondo al cielo, e se qualcuno fosse potuto andare e ritornare di lassù dove corrono le stelle, oh! allora gli si sarebbe potuto credere ad occhi chiusi. Ma un chiacchierone che sapeva l’arte di comporre qualche pillola, dove doveva togliersela la misteriosa scienza della vita e della morte? Perchè andava pei boschi, la notte?... Perchè dicevano che l’avevan veduto parlare coi fantasmi?... Chiacchiere che non valevano le sue belle palanche! Richiuse la capanna e si avviò al pozzo.
Era ben vero che non si sentiva bene! Era vero, perchè negarlo?... A volte gli sopravvenivano certi mancamenti che, se non trovava appoggio, andava ruzzoloni per le terre, come gli era accaduto varie volte. E la vista gli si annebbiava sempre più e non aveva appetito. Almeno avesse mangiato!... Fin che si mangia si campa. Ma no, niente!... Appena qualche boccone e stentato che doveva far fatica ad inghiottirlo! Questo era il brutto! Già, perchè con lo stomaco non si ragiona e se lo stomaco sciopera.... Il male della lucciola?... Uhm?! Non l’aveva sentito ricordare mai. Ma che c’entrava la lucciola? Non era mica il tempo dei grani ed egli non soffriva di nessun fenomeno luminoso!
Forse era un tumore. Già se lo sentiva addosso, a porgli mente; si sentiva come una cosa rotonda gravitare fra il cuore, lo stomaco e la milza, e nè Zibaldino, nè tutti i professori della terra potevano saper questo perchè, a voler ragionare, il male è di chi lo ha e chi non ne soffre non ne può sapere proprio nulla.