C’è un mistero che lo seduce e lo accora; egli deve scoprirlo e lo scoprirà.
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La casa odora acutamente, perchè le rose sono dovunque profuse con dovizia straordinaria.
È il 4 di maggio, il giorno in cui Toti compie gli anni.
La zia Emma, con pensiero squisito, ha voluto che la festa di Toti fosse anche la festa delle rose, della primavera. I bimbi ed i fiori si rassomigliano tanto!
Toti si è svegliato quattro volte durante la notte, e si è levato su le coltri per vedere se dalle imposte chiuse trapelasse qualche raggio di luce; ma il sole è tanto più pigro del suo desiderio! Miss Edith russa tranquillamente, metodicamente; dorme come agisce, russa come parla, è sempre uguale miss Edith!
Poi c’è il tarlo del cassettone che non si dà pace e lavora e lavora producendo certi aspri schiocchi, che impressionano. La notte deve essere ancora alta, perchè non si ode neppure lo strido di una rondine e le rondini sorgono col sole, si lanciano pei cieli quando le campane dell’alba danno i loro ultimi rintocchi.
Il silenzio è profondo; bisogna dormire ancora per far piacere agli altri, mentre sarebbe molto igienico levarsi di buon’ora e guardar sorgere l’alba. Dio, come deve essere bella l’alba!
E il pensiero si volge ad altro. Toti pensa un’infinita distesa di cieli bianchicci corsi da nubi che si sfioccano e un mare più bianco ancora e alcune lontanissime vele, piccoli punti neri su l’orizzonte che s’incurva. L’anima gli sorride; il momentaneo turbamento l’abbandona ed il sonno ritorna, un sonno quieto come un alito di brezza estiva.
Finalmente la luce giunge, e si odono le rondini e le campane mattutine. Il cuore gli balza tumultuosamente; getta le coltri da un lato, si alza sul letticciuolo e grida: — Miss Edith? Miss Edith? —