— Yes.
— Eri più contenta ieri o oggi?
— Yes. —
Toti la guarda un attimo senza parlare, poi gonfia le guance ed esclama:
— Yes yes yes; ma non sai dir altro? —
Miss Edith non risponde e Toti guarda verso la soglia per timore che la zia Emma sia là ed abbia udito. L’ombra severa non appare, tutto è salvo.
Le finestre della stanza sono aperte e si diffonde un’aria deliziosamente odorosa che dà una lieve ebbrezza; le guance di Toti si arrubinano ancor più ed hanno una lucentezza soave come ne hanno le rose allorchè il sole le coglie vestite tuttavia di rugiada. Su la mimosa che s’intravede c’è una capinera che canta e si tace; poi squittisce timidamente e riprende l’avvio quasi seguisse le instabilità della brezza che accompagna il mattino.
Toti non conversa a lungo con miss Edith perchè non può riversare il suo sentimento esuberante nell’anima glaciale della signorina; gli occorre qualcosa che risponda e non una creatura che ha un’espressione immutabile simile a quella di Beretta e Pierello, i suoi due fantocci.
Ascolta con somma pazienza gli ammonimenti: essere buono; pensare ai propri doveri; ascoltare i consigli dei superiori; non far male ad alcuno; non compiere atti inconsulti; non mostrarsi superbo con le persone di grado inferiore; moderare i propri desiderii; non infastidire il prossimo; e tanti e tanti altri che, a volerli osservare a puntino, non resterebbe altro che sedere in un angolo, non aprir bocca mai e non muoversi per tutto il giorno. La prima cura di Toti è quella di ascoltare sorridente e sereno i precetti che gli impartiscono in abbondanza spaventosa, e la seconda è quella di dimenticarli immancabilmente un minuto dopo.
Quando esce dalla stanza incontra la zia Emma poi il papà, poi il nonno e il prozio, e gli augurii seguono agli augurii e i doni ai doni.