Detto e fatto, lo scapaccione è venuto e Ninì non ha chiesto il perchè; ha ripreso la strada serio serio con gli occhi sempre larghi, esclamando sottovoce più volte a necessario sfogo:
— Carognetta, carognetta, carognetta, carognetta.... —
Ma senza pensare di offendere il babbo; oh no! semplicemente per dire una parola ch’egli sa non permessa e per prendersi una rivincita.
Ninì non piange mai, non ha periodi di umor nero; tutt’al più, se qualcosa lo contraria fortemente, se ne va con le mani annodate dietro le reni, borbottando qualche incomprensibile parola; ma non ha fatto dieci passi che l’ombra è già dileguata, ed egli è tornato padrone di sè stesso.
Ha una cura assidua del suo piccolo fratello, che trascina per tutta la casa e al quale impartisce saggi consigli ed esempi mirabili di amor fraterno.
Quando vede che Bebè stringe nel pugno qualche caramella, gli si avvicina con aria sorridente, e, cercando la sua voce più mite gli dice:
— Bebè, tu sai che i dolci fanno male. Ora ti persuado. —
Gli toglie la caramella e se la mangia con aria compunta quasi compiesse un grande sacrificio, mentre Bebè lo guarda con crescente stupore.
Ora senza curarsi di avere attirato su di sè l’attenzione dei compagni, compie un giro nella sala guardando e considerando tutto, mentre canticchia una canzone che ha imparato il giorno prima da un servo:
— Guarda che bel seren con quante stelle,