È la prima volta ch’ella confessa il suo male, e deve essere grande perchè ha fatto l’abitudine ai patimenti e non se n’è lagnata mai.
— Vuoi riposare un poco?
— Sì. —
Siedono sul margine del fosso, sotto la siepe fiorita. Arabella socchiude gli occhi, il suo respiro è breve e frequente. Abbandona il capo sulla spalla del compagno come vinta da una insostenibile angoscia.
Zulù tace; guarda innanzi a sè fissamente, pieno di sgomento.
Sarebbe tanto bella la notte nell’incantesimo lunare! Dalla prossima selva di Lucchetto giunge un sommesso stormire che si accompagna al verso dei grilli.
C’è, nella selva, un gruppo di querce il quale si apre a semiarco e racchiude uno spazio erboso; dietro le rame si intravede la linea dei prossimi colli, il castello in rovina, la casa di Bocca-di-fiore e le viottole rupestri che vi si inerpicano tortuose.
È un piccolo anfiteatro creato con arte mirabile dal capriccio della natura, l’antico ritrovo dei fanciulli. In quel luogo Zulù incontrò per la prima volta Arabella. C’era un soffuso color di perla pei cieli, e l’esilissimo arco lunare, simile a un falcetto d’agata nebulata, pareva pendesse dagli alti rami. Allodola era stata affidata da poco tempo alle cure di mamma Tuda: era pallida anche allora, ma forte; il viso pareva più esile fra l’ampio espandersi dei biondi capelli ricciuti.
Cantava. I monelli le avean fatto cerchio intorno; ella segnava gorgheggiando un’aria di danza al ritmo dei piccoli piedi. Zulù rimase in disparte a guardare. La selva di Lucchetto non gli era parsa mai tanto bella, nè il cielo così terso e sereno. E quando seguì la via che gli segnava la stella del pastore, pensava già di ritornare la sera seguente. Ritornò. Avvenne poi che Allodola lo prendesse a benvolere e Zulù ebbe così una sua buona sorella ch’egli tenne in amore e per la quale tutto si profferse pur di tornarle grato.
E per forza di cose, per le loro consuetudini, s’incontrarono ogni sera, come da noi, nelle notti serene, s’incontrano le stelle allo stesso punto dei cieli.