Quando Arabella andava ad attingere l’acqua al Pozzo delle rose, avveniva che Zulù si trovasse sulla via di lei; volgevano le ore estreme del giorno. Egli le prendeva la secchia e gliela portava ricolma e stillante fino al limite dell’aia. Il compenso era un niente, una buona parola; egli se ne sentiva rincorare perchè per la prima volta era caro a qualcuno nel mondo.
Il richiamo di due assiòli riempie di vaga tristezza il silenzio notturno; un’ultima campana suona da molto lontano e Zulù si volge per vedere se giunge qualcuno. La viottola è deserta. Arabella non ha più moto, sembra addormentata, solo egli ode il suo respiro frequente. Vorrebbe destarla perchè la strada da percorrere per giungere alla casa di lei è ancor lunga, ma lo dissuade il pensiero che un breve riposo la rinfranchi e attende in un’ansietà che sempre più si accresce.
A quell’ora dovrebbero passare per di là i boari, ma non si vedono, nè si odono cantare; avranno preso forse una via diversa.
Non si muove per timore di disturbarla, trattiene quasi il respiro; le mani di lei che sono cadute in abbandono, sfiorano le sue, ed egli le sente fredde, gelide; paion di marmo. Vorrebbe riscaldargliele col fiato e non osa: è ridotto ad una volontaria immobilità, perchè ella non abbia a destarsi di soprassalto e soffrirne. Ma frattanto il prolungato sonno lo riempie di una perplessità paurosa, che il silenzio e la solitudine notturna accrescono.
Ad un tratto gli pare scorgere ad una estremità della viottola un’ombra che si avvicina; ecco si fa più grande, si distingue con maggior nitidezza, sarà forse Simone, il pastore; ma non ha tempo di volgere gli occhi che è già dileguata. Sono i giuochi del vento e delle ombre lunari. Tante volte nella sua vita solitaria sarebbe fuggito urlando, se non si fosse reso conto di simili apparenze di inganno.
La consuetudine di misurare il tempo sul cammino degli astri gli denota che l’ora è tarda; converrebbe affrettarsi, e Allodola dorme tuttavia. Fa per volgersi, quando sente che il capo di Allodola si muove ma piano, senza scatti, senza la rapidità consueta di chi si distoglie da un sonno breve; si muove, gli scivola lentamente sul petto, gli cade con pesantezza su le ginocchia. Zulù si sporge a guardare; il respiro rattenuto: un gelo di morte gli stringe il piccolo cuore.
Ella non ha riaperto gli occhi, giace con la bocca socchiusa ed i capelli sparsi.
Vorrebbe chiamarla e non osa ancora; ha paura e non sa di che: di una cosa grande, incommensurata: di tutto ciò che ha avvertito appena nelle profonde notti e che ora gli si presenta spaventosamente al pensiero.
Sono soli e lontani dall’abitato; tanto soli così fra i campi deserti!
Ad un tratto le posa una mano sul viso, ed il caldo che ne risente ridesta in un attimo tutta la sua energia assopita. Si leva, si protende sul corpicciuolo della piccola sorella, lo solleva tra le braccia senza fatica, e s’incammina affrettandosi quanto più può verso la casa di mamma Tuda. Arabella ha riaperto gli occhi, sono pieni di smarrimento ma sorridono, sorridono vagheggiando una cosa lontana e indefinita.