— In veste d’uomo, no.
— Che vuoi dire?
— Voglio dire ch’ella riceveva qualche messaggio da’ suoi parenti lontani, ma glie lo portavano le rondini.
— E chi se ne accòrse?
— Se ne accòrse Zulù, al quale Arabella si era unita come ad un fratello. Nelle mattine di aprile, quando le rondini ritornano e si vedono a grandi stormi per i cieli, Zulù notò come Arabella tardasse a scendere nell’aia. Si avvide poi che le rondini entravano nella stanza di lei, e vi si trattenevano lungo tempo. Una volta anche udì Arabella parlare, e in casa non c’era nessuno.
— Poteva parlare da sola.
— Non era mica matta! Poi in quei giorni Zulù si accòrse che la compagna sua si era fatta più triste; forse le erano giunte cattive notizie.
— Gliene parlò?
— Non le chiese nulla, perchè la cosa fu passeggera. Non trascorse molto tempo che ella ritornò allegra come prima. Riprese la sua vita spensierata, cantò come cantano le allodole. Fu la regina dei prati, fu la signora della selva di Lucchetto. Bocca-di-fiore le cedette il suo regno. Voi sapete che Bocca-di-fiore era la reginetta di tutti i monelli di quelle contrade, perchè era la più bella e la più allegra fra le compagne e perchè sapeva condurre tutti i giuochi. Quando giunse Arabella, o meglio quando Arabella cominciò a praticare gli amici, ella stessa le cedette la sua signoria. Un giorno d’autunno, come racconta Zulù, Bocca-di-fiore invitò Arabella ai prati. Il ritrovo fu verso l’ora in cui il sole muore. In autunno fioriscono i gigli del freddo[1] e i prati ne erano pieni. Bocca-di-fiore ne compose una corona, e quando giunse Arabella glie la donò sorridendo. Cedeva così la sua signoria. Da quel giorno, fra la principessa ignota e Bocca-di-fiore si strinse una grande amicizia.
— Tu hai parlato con Bocca-di-fiore?