Ad un tratto tace e si oscura. Ha guardato a’ suoi fiori. Il pensiero ritorna alle cose presenti e un’amara tristezza lo punge, tanto più viva quanto meno continua.

Rivede uno zendado nero; un volto pallido, affranto; due scarne mani che fanno passare eternamente i grani di una vecchia corona; ripensa ad Allodola che langue, alla sventura che la travolge e una frase pietosa gli sale alle labbra.

— Povera Suor Lucia! —

Poi se ne va correndo forte, perchè nessuno lo veda.

Un groppo di singhiozzi gli serra la gola e le lacrime scendono copiose ad irrorargli il viso.

La via è chiusa da un lato dal muro di cinta di un giardino; dall’altro lato sorgono alcune case basse, intramezzate da orti. Forse per tutta la letizia agreste che l’accompagna fu chiamata Via del Paradiso. All’un dei capi trova un termine apparente nel campanile di un antichissimo tempio; l’altro capo si perde fra i primi campi che circondano la città. Ivi regna una quiete eterna. Qua e là, sopra al muro di cinta che chiude l’ignoto giardino, sovrastano chiome di alberi e ciuffi di verdura. Un gelsomino protende le esili ramificazioni e si riversa come una fiumana sulla via fino a toccarne le selci. È tutto fiorito e tramanda un soave profumo. Si intravedono le vette di una fila di pioppi; si intravedono fra gli scarsi cirri che vagano pei cieli di un azzurro intenso.

Volgono le ore pomeridiane. Benchè il sole si appressi al tramonto, qualche cicala stride tuttavia; fa ancora molto caldo.

Le piccole case bianche hanno le imposte socchiuse e sono tutte mute; riposano nell’afa estiva.

— A che numero sta Suor Lucia? — chiede Tommaso a Toti.