Comunque sia, la sua mente non abbandona l’arduo progetto di ferrovia che deve mettere in comunicazione due punti remoti del cortile, e saluta il compagno senza comprendere perchè vada a disturbarlo.
Al campo di Sant’Agostino Toti si sofferma ad osservare una scena ben più graziosa. Egli vede sulle prime, sotto il sole, Rando e Celestina, e non distingue bene che cosa facciano; ma poi, giunto a pochi passi dai due inseparabili, assiste alla loro rappresentazione estiva.
Rando si è coperto il gonnellino rosso di foglie di vite ed ha sul capo una stranissima corona di cicale vive, tenute insieme per mezzo di un fil di seta. Le povere bestie, come si sentono solleticare dai capelli sui quali sono costrette, friniscono alla disperata, e il marmocchio, che forse si penserà convertito in un grande albero, va orgoglioso di quell’orchestra ch’egli porta sul capo e se ne sta tutto rigido e tranquillo ad ascoltare, quasi compisse un solenne atto sacerdotale. Celestina, che è sempre il fedele specchio di Rando, non ha il viso atteggiato a minor serietà. Ella si è posta sul capo una vecchia tuba dalla quale esce, inusitata appendice, la sua trecciolina striminzita; si è fasciata il collo, nonostante il caldo, con un boa di penne, e si è cucita sulla vesticciuola una croce, una nappina da cheppì ed uno stemma.
Ridotta in tale arnese, ella gira compostamente intorno al compagno, agitando in aria, secondo il ritmo del suo cantare, un pennacchio rosso e canta:
Lo lo lo — quello ch’io dico
Lo lo lo — coglie sol te....
Toti guarda e ascolta per qualche istante, poi grida loro:
— Che cosa fate? —
Celestina si sofferma, Rando si volge ma senza fretta per timore che le sue cicale non debbano tacere, e guardano senza rispondere.
— Mi sapete dire che giuoco fate? — ripete Toti ridendo.