All’infuori di ciò, nulla lo seduce; rimane indifferente ai giuochi ed agli scherzi, vive a sè calcolando e premeditando.

Marinella lo chiama l’astuto citrullo, e Anselmuccio ne ride, pago di soddisfare la sua vivissima bramosia dello scambio.

Il sole si avviva e le allodole navigano per l’aria azzurra; si odono i loro trilli, le loro cadenze sperdute; scendono, si inabissano nel dolce cielo d’aprile; e dagli olmi le verlette e dalle macchie gli usignoli rispondono alle sorelle del sole. Fa fresco e l’aria reca dolcissimi aromi dai frutteti e dagli orti in fiore.

Celestina si sporge a guardare la strada; ad un tratto si volge a Rando, e gli chiede con aria trasognata:

— Perchè girano le ruote? —

Rando guarda a sua volta, sta assorto qualche secondo, e risponde:

— Perchè gli alberi corrono e la strada scappa. —

Celestina ride stringendosi nelle spalle; ma ride convinta dalla spiegazione che le ha data Rando; è un attimo di perfetta fusione dell’anima sua bambina con l’anima di tutte le cose che la rende gaia. È pur buffo che gli alberi corrano per far piacere al suo compagno e a lei, e che la strada fugga per farli giungere più presto sui monti celesti, dove sorride la neve e dove si mangiano le castagne!

— Quando torneremo noi alla selva di Lucchetto? — chiede Toti a Marinella.