Marinella giunge di gran corsa.

La pamela, assicurata con un elastico sotto il mento, le è caduta su le spalle e le forma un’aureola intorno al capo adorno da una selva di capelli nerissimi e ricciuti.

Uno schioccare di frusta avverte i monelli che la giardiniera è pronta all’angolo della via, e che si attendono i ritardatari.

— Presto presto! — gridano coloro che sono già saliti nell’ampio calesse. In un volo tutta la nidiata si affolla e si sospinge intorno al predellino. Comincia la lotta per occupare i posti migliori. Le esortazioni di Suor Lucia, la quale non perde mai la sua celeste serenità, non ottengono nessun risultato. Adalgisa vuol salire a cassetta e si arrampica su per le ruote con grande sconcio della sua vesticciuola bianca, campione di candore se non di eleganza. Toti, Marinella e Orsetto vorrebbero salire sul tetto della vettura, dove si allineano ordinariamente i bauli, ma Suor Lucia non consente; Rando e Celestina hanno occupato un angolo e se ne stanno tranquilli, annusando il loro girasole. Alla fine tutti prendon posto nicchiando, perchè nessuno ha ottenuto ciò che desiderava ad eccezione di Adalgisa, la quale troneggia a cassetta, al fianco del vetturino. Ella si volge a guardare coloro che stanno nell’interno e allargando la bocca e travolgendo gli occhi si abbandona ad una squisita serie di versacci schernevoli; ma ad un tratto interrompe la pantomima e scoppia in pianto dirotto perchè Toti, allungato furtivamente un braccio, le ha dato un solenne pizzicotto nella parte ch’ella espone con maggiore evidenza al pubblico sottostante.

Un nuovo schioccare di frusta, un bubbolìo rapido di sonagliere, il sobbalzare della giardiniera sui ciottoli, interrompe il pianto, di Adalgisa che si asciuga gli occhi su le maniche della veste bianca. Il sole nuovo scivola lungo le vie della città. Qualche passante si sofferma ad osservare. Suor Lucia sorveglia senza cipiglio e senza sorriso; il volto di lei, pallido e grave, non ha mutevolezze.

Mentre la giardiniera corre verso i colli azzurreggianti.... (pag. 56).

Per ingannare il tempo, mentre la giardiniera corre verso i colli azzurreggianti al limite del piano, comincia lo scambio di oggetti svariatissimi e s’iniziano ardenti discussioni su la valutazione dei medesimi. In ciò porta una nota tutta personale Anselmuccio, un monello su gli undici anni, dai capelli rossi e gli occhi obliqui. Egli ha il genio del commercio, è nato commerciante e, per questo istinto di natura, svaligia alla lettera la casa paterna. Le sue tasche sono sempre rigurgitanti e contengono oggetti di indole disparata: francobolli, pipe, vecchie casse da orologio, astucci da gioielli, bottoni, piccoli coperchi, pentolini, fibbie da scarpe, turaccioli e mille altre cose simili. Tali quisquilie acquistano, in mano ad Anselmuccio, un valore straordinario; un turacciolo, ricoperto da un poco di stagnola dorata, è un rarissimo cimelio e non è ceduto se l’oggetto offerto in cambio non ha qualità assolutamente superiori; potrà scambiarsi, per esempio, con un francobollo del Guatemala o con una nappina da chepì, ma non mai coi volgarissimi bottoni i quali rappresentano, nel commercio infantile, l’ultimo grado del valore. Anselmuccio sdegna e si rifiuta di trattare coi piccini, i quali non hanno a loro disposizione se non qualche bottone rapito furtivamente al patrimonio materno. Una volta Cola, dalle gambe arcuate, per ottenere da Anselmuccio un vecchio lunarietto si staccò tutti i bottoni che aveva addosso e rimase con le brachine penzoloni; ma anche questo supremo sacrificio, questa violazione della privata decenza, non ottenne risultato e Suor Lucia ne pagò le spese in tanto filo per rimetter le cose a posto.

Anselmuccio ordinariamente non parla, osserva i compagni, spia l’occasione propizia; nulla gli sfugge; è onniveggente. Ogniqualvolta scorga una cosa che gli sembri utile e commerciabile è pronto ad intervenire e ad offrire. Quasi sempre gli affari gli riescono bene; ha un’abilità tutta sua, che i compagni gli riconoscono.