Toti ed Orsetto fanno per voltarsi, ma ad un tratto si acquattano; hanno avvertito un fruscìo alle loro spalle; inoltre i piccoli pastori, dopo aver finita la cantilena, come è consuetudine del loro giuoco, fra strane grida si sono dati ad una fuga precipitosa, e in breve sono scomparsi, dirupando. Le ultime voci salgono dalla valle; sono già lontane, e i tre esploratori hanno la perfetta coscienza della loro solitudine nella terra ignota. E se Mamù, l’orco, sbucasse per davvero dalla spessa selva?
— È una sciocchezza! — grida Toti per farsi coraggio; sta per rivolgersi, ma avverte un fruscìo più vicino, un lieve rumore di passi; il brivido della paura lo riprende e non ha più forza di pronunciare una parola.
Orsetto e Marinella si sono raccolti nell’ombra più fitta, e guardano attorno con occhi da spiritati.
— Toti? —
Nessuno risponde; i fanciulli si sono immedesimati col cespuglio che li accoglie.
— Toti, ti ho portato il riccio.
Ah! è Zulù, il benvenuto, il salvatore!
I tre volti si rasserenano, pare che il sole rinasca. Zulù è sporco, ha i panni a brandelli, il viso nero, i capelli scarmigliati e Marinella vorrebbe abbracciarlo ugualmente; la trattiene solo la bestiaccia ch’egli reca fra le mani senza paura di pungersi.
— È molto tempo che mi aspettavi? — chiede Toti a Zulù.
— No, sono arrivato or ora. E tu, che cosa facevi in quella macchia?