Orsetto tace; ha preso per mano Marinella e si lascia trascinare come un automa.
Discendono, sono a due passi dal torrente; Toti procura di procedere facendo quanto più fracasso può, perchè ad ogni sosta avverte certi fruscii, certi fremiti che lo fanno sudare freddo. Gli torna nella memoria la cantilena dei piccoli pastori, pensa alla loro corsa improvvisa giù per la costa del monte... ma Zulù non è forse solo nella selva, appollaiato fra i rami di qualche albero grande?
Fa per volgersi, e, ad un tratto, uno strido acutissimo di Marinella lo irrigidisce, gli toglie ogni forza ed ogni volontà.
Nel silenzio che segue egli ode distintamente un lontano rumore di passi e intravede una luce livida ed ampia che scivola fra i rami e ingigantisce e scompare. Raggiunge di un balzo i compagni e si stringe a loro. Senza un grido, allibiti dallo spavento, cadono avvinti fra le frasche.
La luce cresce, il trepestìo si avvicina; si ode un grido prolungato: è il grido di Mamù, dello spaventoso gigante. Curvano il capo, si raccolgono nel buio tremando dal freddo.
Ecco l’ombra, l’ombra grande quanto l’universo! Supera i pioppi, supera le querce, si lancia sola ed immensa sotto le stelle. Potranno sfuggirle? No, li ha veduti, li ha riconosciuti, li chiama:
— Toti? Marinella? Orsetto? —
Si stringono sempre più, moriranno insieme come tre piccole more nella bocca vorace, come tre verlette di nido; non c’è scampo, respirano a pena, hanno gli occhi violentemente serrati.
La voce di Orsetto mormora a stento:
— Addio, mamma! —