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Anche quel giorno Toti trova l’amico sulla soglia delle scuderie, ma questa volta non è solo, ha con sè un compagno: Anatroccolo.
Toti si sofferma a guardare, e prima di avvicinarsi scoppia in una allegra risata. Gli è che il nuovo arrivato è tanto buffo! Poi gli torna in mente ciò che di lui gli ha raccontato Carciofo e se da un lato gli fa pena quel povero figliuolo che è il sacco delle busse, dall’altro, il ricordo della pena alla quale è sottoposto dalla vecchia zia, che ha il gran cuore di dargli l’alloggio e un poco di pan secco, gli desta l’ilarità.
Ogni qualvolta Anatroccolo fa inquietare per una parola, o per un gesto, o per qualsiasi altra lieve mancanza all’umore la vecchia zia bisbetica ed irascibile, è sottoposto ad una pena crudele: deve trangugiare, sotto gli occhi tiranni della tutrice, mezz’oncia di olio di ricino. Una bagatella! E la pena sta nelle conseguenze.
Nonostante il ripetersi troppo frequente delle lezioni purgative, il viso di Anatroccolo è rotondo e pieno come una mela appiola. Forse gli occhi, che sono chiari chiari, hanno uno sguardo un po’ vago e la bocca troppo sovente si socchiude in un floscio abbandono; ma chi resisterebbe alla pena alla quale è sottoposto Anatroccolo? È troppo già s’egli è ancora robusto e sopporta tutto con impassibile serenità.
L’impassibilità è la sua dote peculiare; è la sua inconscia filosofia la quale fa sì ch’egli si pieghi a tutte le avversità che si sono date convegno su la sua strada. Anche quando la zia Geltrude lo picchia, cosa che si ripete quasi giornalmente, egli non strepita, non piange e non si ribella, almeno in apparenza; allunga le mani, o la parte scelta all’uopo dall’implacabile aguzzino, chiude gli occhi e attende che il vimine sibili per l’aria e scenda ad illividirgli le povere carni martoriate. Non si fa l’abitudine alle busse, ma si tollera il dolore. Anatroccolo lo tollera perchè ormai è un elemento essenziale nella sua vita.
Contuttociò è buffo, e Toti più se ne persuade quanto più lo guarda. È piccolo e tozzo, ha la testa grossa e le gambe arcuate. Il viso rotondo, coronato da una gran selva di capelli canapini, può esprimere molte cose e nessuna. Il timore di render noti i moti dell’animo ha tolto a quel viso ogni mobilità, l’ha irrigidito in un atteggiamento costante che può dar la tristezza e destare il buonumore. Il naso a virgola che pare stia per spiccare una capriola e saltare su la fronte; gli occhi rotondi; i padiglioni dell’orecchio assai larghi quasi fossero aperti ad una perenne intesa, come quelli di un timido agnelletto, lo fanno assomigliare ad un bizzarro pentolone, di quelli variopinti che si vedono alle fiere. E Toti ride. Il riso è come la tempesta, vuol fare il suo corso, nulla può trattenerlo. D’altra parte Anatroccolo non si scompone, guarda Toti e rimane nella sua perfetta immobilità, affogato nella giacchetta enorme la quale gli giunge fino ai ginocchi che sono nudi. Un vecchio berretto da soldato ch’egli porta con ogni compostezza e un paio di vecchie scarpe della zia Geltrude compiono l’abbigliamento. Potrebbe anche possedere una camicia; ma forse non la possiede, perchè la grande giacchetta accuratamente abbottonata, lascia scorgere alla sommità il petto nudo.
Quando Toti si avvicina, Carciofo gli muove incontro, dicendo:
— Questo è Anatroccolo.
— L’ho riconosciuto, — risponde Toti.