Ed ogni spirito si incatena al suo corpo e tutta l’anima è nel volto ubbriaco e nell’occhio torvo e nella parola che bestemmia.
E se domani qualcuno del gregge, un uomo dei silenzi che più sappia il brivido dell’inavvertibile, ti si levasse di contro tutto pallido nella sua pena umana a chiederti ragione del deserto per cui l’hai sospinto, che potresti tu dirgli, figlio dell’aridità?
Quando la tua negazione non bastasse, nè il tuo pane meschino, nè la tua stolta scienza bastassero a saziare la sua tremenda bramosia e il suo cuore approfondito ti incalzasse e ti stringesse da presso, allora quali confini erigeresti tu al suo sepolcro e quale scialba certezza al suo spasimo?
Io ho veduto i tuoi seguaci sostare alle soglie del Tempio, dietro un feretro, e li ho visti inchinarsi contro la nera soglia punteggiata di cerei.
Ho veduto gli ubbriachi di vin giovine chinar la faccia contro la tenebra. E quelli che morivano sbalordire e tramortir di spavento.
Anche ho veduto le tue femine urlanti ritrarsi su la pietra del focolare, maledetta, e ricercare un’ombra eterna nel loro cuore devastato.
Perchè l’anima non si spegne nè il rapporto fra il visibile e l’invisibile, fra il giorno e la notte, fra l’oggi e il domani.
E verrà ora nella quale tu stesso ti sperderai nel più profondo dell’Universo.
Dietro la mala nuvola il sole non perde chiarore.
Ora della oscura tragedia tu non hai còlto che il lato effimero e solo ti ha colpito il suon della voce sfuggendoti il senso della parola.