E Iddio non muore fra le rovine degli altari.

Tu sei come il fanciullo che si incanisce contro le cose e le distrugge per alleviare il suo dolore. E percuote la pietra e più si strazia nell’ira sua vana.

Or quando seminerai la rovina e troncherai ogni legame e vorrai che la tua lampada basti all’impervio cammino, soffermati su la pietra del focolare ed ascolta il canto della giovine madre al fior del suo ventre straziato.

E leva gli occhi e avvicina l’anima tua ai confini della terra, nel silenzio sublime.

Da quel silenzio eterno udrai allora la voce di un murmure senza mai tregua eterno: il pianto degli uomini.

I.

Ora poteva darsi che di una razza salda e di bella tempra ne sortisse negli anni, per la dottrina che non ha volo nè grandezza, una specie di tediosa chiericìa infrollita in ogni esaltazione di egoismo, povera di anima e di cuore; poteva darsi che i lupi doventassero agnelli per troppo amore a sè stessi e che la viltà insinuasse il suo piccolo pallido volto di femmina meschina fra le genti della grande pianura.

I vecchi morivano, essi che avevano saputo ciò che era servire e soggiacere perennemente a una volontà estrania; se ne andavano col loro sogno remoto, superato ormai, dimenticato; e fra i campi ed i fiumi, nel paese dei rivi e dei maceri, la nuova giovinezza, ebbra di una volgarità senza nome, dimentica di ogni freno di urbanità, senza Dio e senza amore, bestemmiava il passato e le forme del passato aggirandosi, cieca, nella propria miseria angustissima e pensando di conquistar l’avvenire.

Ciò era nel prossimo tempo trascorso; nulla si vedeva intorno che accennasse ad arginare la mala piena. E l’antica forza di una stirpe, moriva.

Così nella vecchia casa sul fiume, presso le roveri e le acacie, con la sua aia stretta dagli olmi giganteschi, spersa fra il grande mare delle canape.