Era una casa remota, oltre le strade battute, che non aveva se non una viottola erbosa per giungervi. Il fiume, verde e silenzioso, passava fra le sue sabbie grigie, nel fondo, velato dai canneti e dai salici. Non lontano era il mare. E quando Borea scendeva dai monti dell’Istria e tempestando sommoveva le acque del mare, ecco che dalla casa antica, fra i querceti, si udiva un muggito senza fine e a quel mugghio cominciavan le prime fiammate sotto il camino dall’enorme cappa.
Le opre nei campi eran quasi ultimate. Già l’aratro sementino era riposto sotto la capanna fra l’erpice e il giogo e le corbe per la semina; e i buoi, distesi nelle lor poste, ruminavan sonnecchiando nella calda stalla.
Forse sopravvanzava qualche campicello da arare, ma con pace, a tempo guadagnato, quando fosse agevole il giorno col suo piccolo sole.
Era una casa vecchia, di gente antica che si perpetuava in quel luogo da secoli e ogni generazione vi aveva lasciato alcunchè del suo tempo: l’arredamento di una stanza, una pendola, un calesse su le cigne, un’arca nuziale tutta scolpita e dipinta; e nulla di quel che v’era esulava mai perchè ciascuna cosa aveva il nome di un avo, di un bisavolo ed era considerata famigliare come la memoria dello scomparso. Solo gli arnesi rurali non avevano età, chè, per essi, era la tradizione, l’uso più che millenne e rappresentavan la stirpe e non la famiglia. La chiamavano la Casa degli Antoni. Anche nel nome patronimico era come una santità antica.
Era cominciata dal poco, poi si era ingrandita tanto da racchiudere una vasta corte su la quale si aprivano i magazzini, le stalle, il pollaio, i fienili e, in fondo, le stanze per i braccianti, quando venivano a opera per mietere, e per le ragazze che maciullavan la canapa, nell’autunno.
La casa si era ingrandita col podere e con la fortuna degli Antoni. Era la famiglia; la sua vita e la sua storia.
Quando il primo degli Antoni si era stabilito laggiù, fra la foce del Po di Primaro e quella del Lamone, era quasi tutta palude all’intorno e poco si seminava per raccogliere quasi punto; poi la tenace opera diuturna degli uomini aveva cambiato aspetto ai luoghi e la fortuna degli Antoni si era aumentata lentamente e continuamente passando di padre in figlio, intatta. La casa aveva seguito la vicenda della fortuna. Con l’accrescersi del benessere si era ampliata, ma negli anni, rispondendo ai bisogni che erano pochi e tardi e ai quali non si badava se non quando non era possibile fare altrimenti.
Così da piccina che era, con tre sole stanze e una stalla e il tetto ricoperto di stipa, si era alzata e allargata fino a comprendere fra le sue ali una vasta corte. E il tempo le aveva dato le sue macchie e il suo color d’ombra fra il grigio e l’argento vecchio e aveva quasi cancellata, sul muro a solatìo, una meridiana della quale non era visibile che l’asta arrugginita, una gran falce dipinta e il numero del meriggio.
Le generazioni si eran succedute nel nido ramingo come le età nella storia degli uomini, uguali, fatali, lasciando il ricordo della loro vita in una più intima storia famigliare fatta di bontà e di silenzio.
Ora, reggeva la casata, secondo la consuetudine patriarcale, l’avo ottantenne: Giuseppe degli Antoni e gli eran sottoposti i suoi tre figli e i nipoti e le donne. Nessuna cosa si effettuava senza il consiglio del vecchio e il voler suo: nè l’amore dei giovani, nè la coltura delle terre; egli tutto disponeva nei giorni e nel tempo, secondo il bene della famiglia. Lo chiamavano il Vecchio e, in presenza sua, le donne non cianciavano vanamente e gli uomini non trascendevano a litigi. Egli parlava poco e a tempo e non abbandonava l’anima sua alla curiosità dei minori. Viveva un poco appartato, quasi sempre taciturno.