I suoi molti anni non gli erano gravi più che non lo siano alla rovere. Era della tempra delle creature centenni che più si rinsaldano quanto più il tempo trascorre. Non sapeva malanno, come non conosceva la faccia del vizio. La sua vita era condotta secondo i principii degli uomini semplici, di tutti coloro che hanno il sole a compagno e con esso si levano e lo seguon nel sonno. Come tornavano i suoi pastori fanciulli dalle lande e riponevano le greggi nel chiuso, inseguendole con urla e sibili; come la stella del crepuscolo declinava sul mar delle canape, verso le montagne azzurre, adunate le sue genti alla mensa, spartiva il pane sul palmo della mano, essendo diritto innanzi alla tavola e gli altri seduti; e, compiuta la cena, saliva alla sua stanza disadorna, a riposare. Con l’alba era in piedi, innanzi a tutti e, come l’udivan nella corte aprir la porta delle stalle, si levavano i garzoni, i braccianti e le donne della famiglia.
Egli era la diana: bastava che il passo di lui risuonasse su le pietre della corte perchè ogni sonno fosse interrotto e le piccole finestre stridessero sui loro cardini e si levassero le voci degli uomini e quelle dei fanciulli.
Il vecchio non amava novità, amava che tutto andasse per la sua via antichissima così come le cose che per non tramutare si eternano. E in ciò che era opera ed apparenza era ubbidito, ma il cuore dei giovani non lo seguiva. Così il suo poco parlare proveniva anche dal sentirsi troppo solo, dal non veder gli occhi dei nipoti levati negli occhi suoi, quand’egli diceva dei doveri che la vita impone, dal non sentire l’acconsentimento concorde il quale, senza parole, è manifesto. E vedeva, nel suo chiuso, che, quand’egli avesse ceduto alla morte, la Casa degli Antoni si sarebbe disfatta. Svaniva l’antico sentimento famigliare che teneva unite le genti dello stesso sangue in un solo nido, per una sola fortuna; ognuno pensava più a sè che alla casata; aveva in mente la ventura sua nel mondo e nulla più che fosse l’antica devozione ad una comune fede. Prevaleva un egoismo meschino che nulla vedeva più in là del proprio tornaconto. E le leggi del sangue, le sante leggi che facevano delle genti di un solo ceppo come una costellazione, ecco, non eran più intese, anzi erano combattute e dovevan morire.
Questo sentiva e vedeva Giuseppe degli Antoni, il vecchio senza miserie, l’ultimo Nume nel tempio corso dall’irriverenza e dalla discordia.
Ma a lui nessuno si opponeva in contrasto. Se comandava era ubbidito.
De’ suoi tre figli, due si erano ammogliati ed erano schiavi delle loro donne, nè avrebbero saputo mai risolversi ad una qualsiasi cosa senza l’acconsentimento delle donne loro. Il terzo era prete, quindi perduto.
E il vecchio sentiva che l’anima sua non aveva intorno un nido in cui rifugiarsi e, nella santità della sua vecchiaia, guatava l’immensa solitudine che accompagna la morte degli ultimi.
I nipoti disertavan la casa e i campi, muti alla dolcezza dell’antichissimo nido fra le canape stellate.
Protervi, bestemmiatori, paghi di ogni volgarità pur che la loro rozzezza bruta sopravalesse in un simulacro di impero, preferivan le comitive dei loro simili al raccoglimento severo della casa veneranda e si sperdevano fra bagordi e tumulti, pronti a urlare e a fuggire, ad essere spavaldi contro i deboli e vili contro i forti, a non avere virtù nessuna che non fosse quella della loro prepotenza. E l’ignoranza loro conosceva la parola — diritto — e la elevava oltre ogni termine ed ogni giudizio ed ogni giustizia.
Ribelli come il bove che tragioga e si scaglia innanzi contro il dirupo, non potevano nè avrebbero voluto sottostare ad alcuna legge che avesse menomato, ai loro occhi, l’assoluta libertà alla quale tendevano; e credevano di ubbidire al Vecchio, solo per la sua vecchiezza e per la morte sua non lontana, non volendosi confessare l’invincibile umiltà che li teneva proni di fronte a quella gagliardia.