Così si iniziava il disfacimento. Il vecchio sentiva dietro di sè non già la sua morte ma la morte di un mondo e il silenzio eterno là dove avevano pianto e cantato tutte le genti dell’antica famiglia.
Ora non c’era che un’anima, fra tante, una creatura sola che lo intendesse ed era una sua piccola parente: Rinotta. Era questa, una ragazza bella e forte, che rideva volontieri e più cantava fra la corte e le redole e nella sua stanza angusta, presso i magazzini.
Rinotta aveva quindici anni, ma tanto le aveva profittato il tempo della sua vita che era già donna.
Fresca come il pomo novello, grande e ben fatta, tranquilla ed operosa, era l’unica serenità della casa. E non v’era altri che sapesse la gioia ch’ella sapeva, nè la sua pace. Nessuno più di lei era lontano da ogni noia e dal tedio che inasprisce la vita e nessuno sorgeva ad ogni alba con maggior letizia.
Questo piaceva al Vecchio e glie l’aveva fatta prediligere.
S’incontravano nella corte, ogni giorno, che appena era schiarito il cielo e gli altri eran tutti nel sonno, dimentichi, oltre le imposte chiuse.
Dormivan vicini. Appena il Vecchio si rimoveva per la stanza che già udiva, nella pace soave dell’alba, il passo frettoloso di Rinotta e l’udiva scendere e salire con l’acqua tersa, poi gli giungeva lo sciacquio del suo lavarsi e, a volte, cantava come l’usignuolo presso il nido, che appena s’ode e mormora sul romper della luce. E questo era ad ogni giorno, anche quando il pigro inverno faceva l’alba più tarda e tutta la campagna era un gelo.
Poi com’egli discendeva, ecco un passo vivace dietro il suo passo tardo od una voce fresca incontro alla sua voce grave.
S’incontravano nella corte:
— Buongiorno, nonno.