— Buongiorno, Rinotta.

E talvolta s’accompagnavano nel giro mattutino attraverso alle stalle e ai pollai; tale altra Rinotta correva a risvegliare le genti assopite o, nei giorni della calura, traeva dal catro i maiali e li menava giù per il fiume che si ristorassero fra l’acqua e la melma, là dove potevan trovare pastura e frescura. Ella sedeva su la riva essendo presso l’acqua co’ suoi piedi scalzi e batteva il suo vinciglio su le esili canneggiole fischiettando, chè i maiali non avessero a sbandarsi; o, tutta abbandonata, seguiva la lieve linea solare, così dolce come l’amor che si sogna, levarsi, vincere e baciare e dissolvere l’azzurra opacità dell’alba; e le pareva di esser mille: di essere il fiume, il cielo, il verde delle piante e le salde radici e il fiore che nasce e l’immensa gioia del mondo.

Non c’era nessuno intorno ma ella sentiva il suo cuore per tutto e il suo cuore parlava. Il fiume era come uno specchio antico, col suo verde opaco, e pareva prendesse le cose dentro l’anima sua tanto le rispecchiava a chiarore e mormorava col ramo sporgente, s’increspava in un sorriso presso la canneggiola che sorgeva dal suo fondo, dal suo dolce fondo tepido dove era dolce andare coi piedi nudi.

Talvolta il Vecchio scendeva fino a lei e, dopo aver riposti i maiali e riempito il truogolo, se ne andavano attraverso ai campi insieme, per le redole, lungo le porche e le prode e parlavano poco ma stavano bene l’uno accanto all’altra.

— Quest’anno il grano promette bene!

— Guardate le belle spiche, nonno!

E si perdevano nel sole, ella con la sua pezzuola rossa gettata sui capelli neri, il Vecchio sotto il suo grande cappello a cencio dalle larghe tese.

— Le viti non hanno alleghito. Ha piovuto troppo!

— Il moscadello sì! Guardate quanti grappoli!

E andavano innanzi, muti, accarezzando con gli occhi le messi, da campo a campo, da filare a filare.