E l’Assunta:
— Siamo poveri!
— Abbiamo quanto ci basta! — ribattè il vecchio e riprese: — Ma tu cosa conti di fare?
— Compirò i miei studi in Italia.
— E tuo padre?
— Riparte domani.
Pietro Aresu chinò la fronte aggrottata e non aggiunse parola. Compirono ben presto il giro della casa antica; passarono dalle soffitte al pianterreno fino alla stanza che avevano destinata al nuovo ospite. Era una cameretta luminosa che si apriva sul brolo. Un tavolo, un canterale, un letto e una sedia ne compivano l’arredamento. C’era una austerità monastica e una grande freschezza, proveniente forse dalle bianche pareti, dalla luce bionda, da un’anima ignota e presente. Non era nata là dentro qualche gaiezza improvvisa? Non v’era trascorsa una di quelle giovinezze irruente che lasciano una eco interminata nel mondo?
Sul tavolo, in un vaso verde, deliziosamente goffo, erano strette in un gran mazzo pomposo tutte le violacciocche del giardino e odoravan soave.
Giovannello le guardò e sorrise ed anche Assunta Rosa, che non gli distaccava mai gli occhi dal viso, sorrise e disse: ed eran le sue prime parole:
— Mi scuserai.... sono brutte!