Ogni finestra fu un grappolo umano, una gaiezza ciarliera, impetuosa, solare!

E Assunta Rosa rideva stringendosi le mani, perduta nella sua grande veste di raso marrone; e correva da un canto all’altro senza capir nulla, essendo contenta di non capir nulla.

Si udiva un brusìo ininterrotto, un incrociarsi di richiami, di urla, un andare e venire, un correre, un tempestare di ardore. Nessuno badava a lei. Non le era stato serbato neppur l’angolo di una finestruccia per vedere, ma non le importava. Le importava di udire i discorsi e prestava orecchio qua e là, ma erano tutte frasi monche, sconnesse, incomprensibili.

Passò Giovannello e tutte le fanciulle si sporsero a salutarlo gridando; passò Pietro Aresu e fu un grand’urlo.

Ella si sentì la faccia rigata di lacrime e si stringeva le mani respirando forte e sorridendo a nessuno perchè nessuno si occupava di lei.

Poi si udì come un bombito e una grande commozione la ghermì alla gola.

— Eccoli, eccoli, eccoli!

Scoppiò l’inno delle fanfare. Una fiumana tempestosa si riversava nella via. Vide le giovanette levarsi in piedi, gettare i fiori, sporgersi tutte quante in una passione che le travolgeva in delirio. E si sporse anche lei, si confuse nel grappolo, vide i soldati travolti nell’impeto della grande fiumana.

Poi gli occhi le si velarono troppo e si ritirò in un angolo.

Solo a notte ritornò Pietro Aresu e quando la vide le disse ridendo: