E il prodigio era avvenuto. C’era per l’aria come una subita effervescenza, un lievito di entusiasmo, una gioia e una forza inattese. Si udivano grida insolite e il nome d’Italia!
Da quanto tempo non era morto, il bel nome, sulla bocca dei figli immemori? All’odio era subentrato l’amore; alla disgregazione la compagine; all’incertezza bieca, una luminosa coscienza.
Ci si sentiva uniti! Uno squillo di fanfare chiamava tutto il popolo a raccolta e tutto il popolo era legione. La buona razza non si smentiva. Decisa l’azione, il cuore della patria accompagnava i figli suoi che andavano oltre mare. E in tale vincolo era la forza oltre ogni morte.
Un giorno tutto il paese si tramutò in festa, si vestì di bandiere, si empì di suoni e di grida. Partivano.
Pietro Aresu era uscito fin dal mattino, col viso simile a quello di un Dio. Aveva abbandonato l’orto, la vanga e il silenzio dopo più di vent’anni; era ritornato giovine; aveva parlato, aveva riso, si era vestito de’ suoi panni più belli.
Tutte le finestre della casa erano aperte: vi sventolavano tre bandiere, e i davanzali erano ricolmi di fiori.
Anche Assunta Rosa aveva indossato la sua veste di raso, un po’ goffa, ma antica, antica come il suo cuore! E rideva come gli altri. Era la primavera.
La casa fu presa d’assalto da un’onda di giovinezza. Erano fanciulle, tutte sconosciute per lei, tutte belle agli occhi suoi. Irruppero ridendo in una folata magnifica. Ella non ne conosceva nessuna, ma rise a tutte, strinse la mano a tutte.
— È questa la casa di Giovanni Aresu?
— Sì! Sì! Avanti!... Avanti!...