Passò uno squillo ed un silenzio.

La radura di Sidi Mesri fu d’un subito deserta.

Come il Rosso si ridestò e si vide solo, raccolse l’elmetto, si levò stordito cercando orientarsi e si diresse verso una baracca che occhieggiava lontana fra le trincee e il fogliame.

Nessun uomo più attraversava il campo; erano tutti ai loro ripari.

Qualcosa doveva accadere nel deserto benchè non si udisse il rombo dei cannoni. Forse i nemici si avvicinavano, forse si preparava una sortita. Come tale pensiero gli attraversò la mente, si affrettò ancor più. Non voleva essere l’ultimo; non voleva che il padron suo andasse solo al fuoco. Erano stati vicini e di notte e di giorno quando il pericolo era più forte, quando la vita si misurava ad ogni respiro e poteva spengersi senza parola, di schianto. Così doveva essere fino alla fine.

Ansava affondando nelle sabbie e cercava aguzzar gli occhi nella gran luce per sorprendere ciò che avveniva. Ma ancora non distingueva cosa che gli rivelasse la ragione dell’improvviso silenzio.

Quando giunse alle baracche udì il primo rombo lontano. Passò un boato che gli spersi echi dell’immensità si rimbalzarono; che rotolò rovinando come una massa precipite. L’aria ne fu accesa. Il cuore ebbe un sobbalzo. I soldati alle trincee erano intenti alle anguste feritoie. Parlavano sommessi. Si udiva a quando a quando qualche riso represso.

Il Rosso si guardò attorno. Non seppe che fare, cercò qualcuno che gli dicesse ciò che accadeva. Un secondo boato squarciò l’immobilità meridiana, poi un terzo, un quarto, e il deserto fu corso da una colossale ruina.

Si udirono i primi colpi di fucile, lontani. Passò in quel punto un plotone, a corsa. Il Rosso lo seguì e non ebbe tempo a chieder ciò che voleva sapere, che, presso l’uscita, sul deserto, vide appostata la sua compagnia. Non cercò più. Ora poteva accadere il finimondo, egli era presso all’uomo per il quale l’anima sua di giullare aveva trovato una gran luce.

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