Come i compagni lo videro si animarono in una subita gaiezza. Egli si acquattò con gli altri e non fece motto.
Il viso di lui era tranquillo e l’ansito della corsa si spegneva. I suoi piccoli occhi, sotto le grandi ciglia inarcate, avevano una beata luce di contento. Ma ancora non era al punto ch’egli manteneva sempre ogniqualvolta uscisse per il deserto co’ suoi. Si spostò a piccoli balzi, raggiunse le prime file presso il suo capitano. Questi non lo vide o non gli pose mente.
Conversava sommesso con altri del suo rango e scrutava la fulva distesa. Il Rosso lo guardò a lungo quasi ad accertarsi ch’egli fosse ben vivo, poi non pensò ad altro, nè dove sarebbero andati nè a ciò che stava per accadere. Se il capitano era innanzi, tutto poteva farsi. La voce di lui, il suo viso e l’anima sua trascinavan le genti. Uno si dimenticava di essere e dimenticava l’egoismo suo. Il coraggio nasceva da quell’uomo solo, che sapeva parlare ed agire e sapeva le cose dei libri e non temeva la morte. Gli uomini semplici si affidavano in lui, non avevano che il suo nome e la sua volontà. Egli li faceva più grandi e lo sentivano. Il bisogno di adorazione che è nell’anima popolare, la necessità di credere, di consacrarsi, di morire per la bellezza di un amore e di un entusiasmo, trovavano campo a fiorire per quell’uomo dalla figura maschia. I suoi silenzi erano interpretati a grandezza, le sue parole erano ricordate.
Un giorno ch’egli s’era fermo, al ritorno da una battaglia, per lasciar passare un morto e, fatte presentar le armi, aveva detto poco, non più di ciò che dice un singulto in fondo alla gola, tutti, impietriti nell’atto solenne dell’estremo onore a chi aveva compiuto il transito, tutti avevano pianto.
Egli aveva un modo di dire, quando l’anima gli parlava, un modo tale di significare il suo pensiero umano che era come se egli entrasse dentro ciascuno e si portasse il core con lui, nella sua luce. Per questo poteva chiedere agli uomini ogni ardimento ed ogni devozione, perchè era adorato, perchè era colui che, se comanda, ha con sè la sua forza e la sua luce e la convinzione di chi lo segue. Viveva sempre in mezzo alla gente sua, ma questa lo sentiva vicino e lontano, sentiva che sarebbe stato il primo a morire e che nessuno mai avrebbe potuto essere ciò ch’egli era. C’era in lui qualcosa che dilagava oltre la misura comune, oltre il comune concepimento: un nulla, un tutto, l’ombra di un’anima gagliarda che è ad un tempo nella vita ed oltre la vita e si proietta nel mistero. Per la sua gente egli sapeva tante cose che nessuno aveva sapute mai, tante cose che sono la fermezza di chi deve agire e morire.
Era l’uomo che sa reggere e condurre e disciplinare il destino di cento vite e in sè le accentra sicuro, fermo al suo punto oltre la tenebra e con sè le conduce alla vittoria e alla morte.
Egli aveva tratto sempre la volontà eroica, l’entusiasmo vibrante, l’amore delle purissime idee dall’amorfa massa degli uomini la quale ha un’anima bambina e molto non sa e tutto attende. Per questo era un eletto.
Il Rosso non si spiegava tutto ciò come non se lo spiegavano i compagni suoi; egli non si era mai chiesto un perchè nella vita, aveva sempre seguito il suo impulso e il suo destino e nulla più; solo sentiva di esser diverso da quello di un tempo, di avere acquistato qualcosa che lo faceva migliore, e non sapeva che, e si era dato tutto quanto a colui ch’egli teneva come un suo Iddio su la terra.
La sua buffa figura di uomo sbilenco, dalla faccia nella quale si era annidato durevolmente il riso, il riso che dissonna ed abbrevia le dure giornate, si raccoglieva ora nell’attenzione. Seguiva con gli occhi il gesto e il rimuoversi del capitano, innanzi a lui.
I compagni lo guardavano motteggiandolo, non rispondeva. Avrebbero potuto parlare per l’eternità senza che egli rifiatasse. Gli piaceva di portar la gaiezza con sè, ma l’anima sua era altrove in quell’ora. Serena sì, e indifferente agli avvenimenti, ma tesa verso il signor suo, vigile intorno a lui come l’aria e l’ombra e la luce che irradia; distesa a’ suoi piedi, lanciata innanzi per lo spazio verso il nemico e la morte. Ma come ogni suo atto era ridevole, come la sua faccia non poteva esprimere sentimento che non si deformasse a gaiezza, sì come era egli il giullare, l’eterno giullare dalla costretta smorfia per quella sua maschera di cui non si poteva disfare, i compagni continuavano a motteggiarlo e nessuno sapeva ciò che era in lui, ciò che si rimuoveva nel suo profondo, nella sua ingenuità nativa, nella sua bontà grande.