Un’ora dopo, i piccoli soldati grigi, stretti in quadrato, presentavano le armi a un morto e ad un moribondo.
Commiato.
Dionisio narra come gli Aborigeni, allorchè erano cresciuti in gran numero, usassero inviar fuori dalle loro terre la gioventù sacra.
“I padri usavano veramente, che quando fosse accaduto, o che la turba e la moltitudine in tale modo fosse nelle città cresciuta, che quindi ciascuno non avesse abbastanza potuto nutrirsi; ovvero che la terra fosse divenuta per la gravezza del cielo più sterile, o che altro caso, o buono, o cattivo avesse loro imposto la necessità di sminuire la moltitudine da casa, dedicando tutti quelli che nascevano in quell’anno ad uno degli Dei, li mandavano a ordine d’armi fuori della propria terra.
“.... E quelli partendosi, certi di essere per non avere più terra paterna, se non se ne acquistassero dell’altra ove fossero ricevuti, avevano in luogo della propria patria tutto ciò che si acquistavano con l’armi, o che loro per grazia era conceduto, essendo fermamente persuasi che quel Dio, cui si dedicavano, sopra le umane forze aiutasse coloro che la nuova Colonia formavano.„
Così, nella notte dei tempi favolosi, usavano i primi popoli della nostra terra.
L’Iddio degli avi remotissimi ha vegliato la novella Primavera. Le millenarie virtù son riapparse. I favolosi Aborigeni del Lazio hanno lasciato, passando, la loro sementa. Nelle tradizioni dei nostri popoli è una luce del loro albore. Mutate le lingue, i costumi, le religioni non è mutata l’anima. Il pastore che cerca i presagi nelle stelle; l’agricoltore che accende i roghi al nuovo sole; il navarca che va solo nella selva dei pini, quasi ascoltasse un Dio, a trascegliere l’albero della sua nave, compiono, inconsci, il rito più che millenne delle stirpi primève.
L’anima dei popoli non varia: tenace e pervicace, vive nel suo crepuscolo e solo appare, attraverso alle età, nei grandi fatti storici; si appalesa attraverso agli enormi sfaceli e dal buio delle età silenziose. Non traligna. È come la rovere, da cui la dolce favola la disse nata.
Dall’arruffio dei popoli autoctoni che si fondono, si combattono, immigrano ed emigrano da regione a regione; dal caotico sovrapporsi delle turbe, erranti alle soglie della preistoria, si sprigiona talvolta una voce. Ascoltiamola. È il segno della tradizione; è la radice madre dell’albero antichissimo. Un bagliore ci illumina. La nostra ansiosa ricerca trova un varco per il roveto. La corrente sotterranea si appalesa per una fonte improvvisa; possiamo risalire dalla valle alla montagna; una unità ininterrotta ci appare raggiando. Il popolo più perseguitato e più sconvolto è forse il più intatto fra quanti ne sono per il mondo; è quello che oggi ancora ricorda le sue origini attraverso il suo carattere agricolo-pastorale.
Gli Umbri, i Siculi, i Tirreni, gli Etruschi, i Liguri, i Latini, i Messapi, i Piceni, gli Eneti, tutta l’immensa fiumana di genti che appare e scompare fra la leggenda ed il mito, fra il noto e l’ignoto, attraverso civiltà prodigiose e primitivi costumi, ci ha lasciata un’eredità vetusta. Di lei si sono venute formando le nostre stirpi, quelle che Roma unificò nel suo nome e che si avvincono ora per legami più saldi.