I Numi indigeni non sono morti mai. La decadenza non ha segnato che un sonno. Ma i costumi e i caratteri solenni, per le remotissime origini, non si riconoscono a occhiate fra le moltitudini turbinose, conviene ricercarli pei silenzii. Le nubi velano le montagne immutabili. Dio mi dia lena a salire per le cime là dove io voglio cogliere l’anima delle stirpi italiche.

L’iddia Matuta, sacra al mattino ed al mare, della quale i Latini salvarono il tempio, quando dettero alle fiamme la città di Satrico, ancóra si è levata sorridendo innanzi all’impeto del nostro Destino.

E benvenuta sia l’Iddia del mattino e del mare nel nome di tutti i nostri morti che la videro negli occhi arrovesciandosi; benvenuta sia per il nostro cuor rinnovato.


La terra ostile ne ha saputo il fremito. Dalle sebke dei confini alla profonda baia di Tubruk il suo grido è passato. La razza derisa si è rinnovata nel suo nome. Il sogno del Grande di Gibilrossa trova ora la sua alba lontana. Alba radiosa sopra le croci disperse fra le palme e le sabbie. Gli uomini del mare tenner le terre contese finchè non sopravvenisse la fiumana giovanile, i mille e i mille discesi dalle montagne, dalle alte valli, dai pianori; adunatisi pei borghi, le ville e le città; usciti dalle officine, dalle miniere, dalle aie, dal solco diritto, dalle scuole, dagli impieghi, dai palagi. Tutta la giovinezza migliore dalla Lombardia alla Sicilia, dal Piemonte alle Puglie, dal Veneto alla Sardegna si adunò. E le caserme e i treni e le città maggiori rigurgitarono di armati.

E là dove apparvero, là dove squillaron le fanfare gridò l’anima ebbra della moltitudine latina.

Si videro disertori, emigrati, genti sperdute rivalicare il confine pur di trovarsi nei luoghi della guerra; i volontari si moltiplicarono, i vecchi si fecero innanzi, il popolo, tutto il popolo sentì l’ora storica; la comprese, la volle.

Le antiche violenze non ebbero campo; ogni reazione fu impossente: non si cozzava contro la volontà di un uomo, di un Governo, di un Re ma contro la formidabile volontà di un popolo. Nulla c’era e nulla si udiva oltre l’orgoglio di razza che ci toglieva dalla nostra vergogna. Troppo avevamo sofferto e sopportato, troppo si erano incurve le nostre spalle alle umiliazioni dei barbari e dei civili; il nome “italiano„ suonava troppo basso; l’ingiustizia era palese; si sentiva la forza di vendicarla e la si vendicò. E allora l’invida Europa divenne una pallida soavissima vergine, tutta immughettita nella sua castimonia, querula di ogni male, rispettosa di ogni diritto inesistente, redimita di pace e di ulivo. Non mai la storia l’aveva veduta tale, ma la prodigiosa metamorfosi si operò perchè la piccoletta umile Italia più non ubbidiva al guinzaglio, e, rotte le casalinghe consuetudini, era uscita dalla soglia erbita per il mondo. E uscendo, per la prima volta in sua vita, non aveva badato agli interessi altrui ma al proprio interesse e aveva levata la voce e la volontà e la spada. Il mirabile languido amore internazionale che aveva accompagnata la celebrazione del nostro cinquantenario si convertì in odio improvviso, in livore accanito e fu detta di noi ogni più turpe ignominia. Era bene ed era tempo! Un valore reale, nella bilancia dei popoli, non lo si accoglie mai con benigna ospitanza. Le ingiurie, le calunnie, le invettive erano il battesimo della nostra entrata nel novero delle Nazioni che possono avere una volontà ed una forza per imporla. Il popolo d’Italia aveva ricostruito nel silenzio il suo Tempio, era giunto ai fastigi, voleva coronarli di gloria.

Ogni settimana ebbe il suo episodio; ogni episodio i suoi atti di eroismo. I Condottieri caddero a diecine, impassibili, diritti contro l’infuriare nemico come se ciascuno portasse su la sua fiera fronte la fierezza di tutta l’Italia. Dalle masse sorsero i semplici umili eroi, le divine abnegazioni, le prove magnifiche. La nostra è stata una volontà multanime, un impeto di milioni.

A Venezia una moltitudine di fanciulli salutò, con l’inno del poeta eroe, il risorgere del bel campanile e la folla, assiepata intorno, ascoltò, nel silenzio che precede l’impeto irrefrenabile della commozione; a Siracusa, a Taranto, a Napoli, a Roma il canto fu ripetuto a clamor di popolo per le strade e per le piazze. Non si compì cosa che non si illuminasse del riverbero della novella fede robusta. Tripoli non fu per la turba una regione nè una città barbara conquistata all’Italia, fu il nome casuale che significò un risveglio.