Nella corte i due pastori fanciulli erano addossati tuttavia al muro: dormivano con la testa su le ginocchia e il bianco cane ai loro piedi.

La notte era buia. Si udiva lontano lontano il grand’urlo del mare.

Come furono soli, nel buio, Giorgio cominciò a dire a dire, fra i singulti, nel tremore dell’anima sua e Rinotta, diritta vicina a lui, l’ascoltava. Ma quando il ribelle tacque, quando credette che il giovane cuore di Rinotta l’avesse compreso ed assolto per l’amore ch’egli da tanto tempo invocava invano da lei, quando tese le mani a conforto, la ragazza si scostò di un passo e non seppe dirgli che una parola:

— Vigliacco!

Allora egli levò i pugni a minaccia ma Rinotta non si scompose.

Il Vecchio li guardava di su la soglia.

III.

Rinotta aveva disciolti i suoi capelli neri al sole e, ferma nel vano della piccola finestra adorna da un geranio rosso, si volgeva a quando a quando ad una piccola spera, chiusa in una cornicetta di stagno e appesa allo stipite, all’altezza del viso. Il pettine s’impigliava fra i capelli aggrovigliati ed ella con una mano ne levava una gran ciocca sopra la tempia.

Aveva le braccia nude, le sue belle braccia piene, di ragazza sana, e il volto sereno. I suoi occhi lucevan di sole, avevano un’anima di primavera.

E cantava sommessa, interrompendosi allora che era più aspro l’aggroviglio da superare.