— Che cosa ti ho detto? — riprese il Vecchio.
Poi come vide che l’altro non rimuoveva, abbassò lentamente la doppietta e l’impostò su la spalla.
— O ti levi, o t’ammazzo!...
Passò un attimo tragico in cui non una bocca ebbe un respiro, nè un volto un moto; gli occhi eran come di pietra e le femmine spasimavano.
Si era alla risoluzione, al punto in cui non è via d’uscita se l’una delle due forze in contrasto non piega. Ogni secondo era eterno.
Il cocciuto si rimosse, levò il volto di morte, sfigurato in guisa che pareva scarnito e disfatto dall’attimo della furia e dell’orrore, guardò il Vecchio, si contrasse, si rannicchiò, s’aggomitolò contro il cugino, su la panca; tese innanzi le braccia, vi nascose la faccia e d’improvviso schiantò dai singhiozzi. E quel pianto ne raddusse molt’altri.
Allora Rinotta, che era diritta dietro l’avo, si fece innanzi, si accostò al giovine, lo prese per un braccio e gli disse:
— Su, vieni via!... Su.... vieni con me!...
Giorgio ubbidì, travalcò la panca, si avviò incurvo e tremante per il suo pianto, al fianco di Rinotta. Gli pareva ch’ella dovesse comprenderlo, ch’ella dovesse dirgli una parola confortevole.
Furono all’uscio, scomparvero. Tutto ciò avvenne nel tempo di un battibaleno.