A volte Rinotta chiedeva:

— Avrà combattuto anche Giorgio? Che farà laggiù?

E il Vecchio si stringeva fra le spalle.

Ambidue, senza confessarselo, attendevano ansiosamente che Giorgio scrivesse.

Ma molto maggiore era l’ansia di Rinotta. Ella si accorgeva di pensare troppo spesso e troppo intensamente al lontano, si accorgeva di non essere più tranquilla come una volta e di non poter tutto dimenticare in sè stessa come la giovine pianta nel sole.

Perchè?... E di questo perchè era tutta turbata e pensosa e, benchè non sapesse e volesse rispondersi, le tornavano alla memoria tante e tante cose che aveva dimenticate e che certo non l’avevan commossa così quando erano accadute.

Un tempo dormiva dalla sera al mattino sì profondamente che le accadeva di ridestarsi nella stessa positura in cui aveva preso sonno. Ora non più.

Poteva darsi che ciò dipendesse dalle notti troppo lunghe; ma anche da qualche altra cosa: dal suo turbamento. Un turbamento che l’aveva fatta piangere talvolta: cosa che non le era accaduta mai. E se Giorgio moriva? Le tornava in mente la sera in cui l’aveva strappato dalla furia del Vecchio e l’aveva condotto nella buia corte per dirgli la parola amara, e le pareva che egli non le avrebbe saputo perdonare mai la dura accusa e che, se fosse morto, ella sola avrebbe dovuto portare l’immensa pena di quella morte. E quando le sorgeva innanzi un tal pensiero, ecco che il suo sonno esulava ed ella udiva la pendola su le scale batter le ore una dopo l’altra fin che non fosse l’alba.

E nelle ore più fonde della notte le accadeva che, per non poter più sopportare il peso delle coltri e quello della sua pena, si levava e s’inginocchiava sul pavimento, innanzi ad un piccolo crocifisso, indugiandosi a pregare fin che il freddo glielo consentisse. Allora ritornava fra le coltri ad attendere l’alba, senza sonno.

E poi le riapparivano certe giornate serene di cui s’illuminava tutto il ricordo; giornate di pace, lontane come il motivo di una canzone appassionata, udita in un dormiveglia, come una cosa vissuta appena senza che l’anima ignara pensasse a fissarne il contorno nella memoria. Una volta che s’era addormentata sotto un salice su la riva del fiume e che Giorgio l’aveva risvegliata al suono di una sua nunnola. Egli era ancora fanciullo. Andava scalzo e aveva le gambe nude fino al ginocchio e la testa scoperta. Ricordava di avere aperto gli occhi e di averlo veduto d’improvviso nella luce, contro il cielo, e più di questo non ricordava; ma a quella apparizione si era aggiunta nel tempo una malia d’incantamento tanto vaga, che la dolcezza pareva scendesse a lei non dalla vita ma da una paradisiaca tenuità.