Poi frustò la cavalla e non mutarono altra parola.

IV.

Era partito con il proposito fermo di finirla, di sacrificar sè stesso alle idee che professava. Ciò era necessario, chè non avrebbe conosciuta mai più la serenità se non avesse saputo cancellare, con un gesto qualsiasi, la parola che Rinotta gli aveva lanciata, nella corte, la sera innanzi la dipartita. Votarsi al concetto borghese della guerra, no; partire con sentimento di italiano per cooperare alla grandezza della patria, neppure: troppo odio era accumulato in fondo all’anima sua e tanto l’aveva immiserito e pervertito ch’egli non vedeva al mondo se non due classi: quella dei poveri e quella dei ricchi e non ne sentiva che l’assiduo antagonismo.

Oltre tale concetto tutto era tenebra e negazione, tutto annegava in una vuotezza assoluta.

Inoltre l’aver dovuto ubbidire al Vecchio e la promessa che aveva fatto ai compagni di non andarsene, a qualsiasi costo, lo rinfocolavan nel suo acerbo tumulto.

E doveva apparire diverso agli occhi di Rinotta, e questa doveva avere, per tutta la vita, il rimorso dell’atroce accusa. Forse l’avrebbe maledetto, ma che importava? Dopo il fatto, sarebbe caduta di per sè stessa la taccia che distrugge l’uomo e lo fa men di una pallida femmina. Perchè egli era pronto a sacrificar sè stesso, a gettarsi per un cammino dal quale non si può ritornare mai più.

Stretto e costretto nella foschia di tali pensieri era partito coi nuovi compagni per le città della moltitudine. E nulla gli era stato presente se non ciò che rimane all’uomo quando la miglior parte di sè ha esulato: l’ironia. E se talvolta per l’ebbrezza delle folle, per l’ardore improvviso che attraversava l’Italia da un punto all’altro, si sentiva trascinare nel gorgo, cercava in sè ogni possibilità avversa, tanto da contrapporsi, da non cedere da non essere vinto. Anche tale costrizione lo inaspriva sempre più. Passava fra la gaiezza dei nuovi compagni senza esserne partecipe; il volto di lui non era mai sereno ma ombrato perennemente dall’odio.

Non sentiva alcuna fratellanza, non provava simpatia per nessuno. Guardava i superiori suoi come carnefici, come i primi e peggiori rappresentanti del regime capitalistico. Essendo scomparsa dalla sua angusta concezione morale, ogni idea di patria e di grandezza, avversava le istituzioni militari come quelle che perpetuavano uno stato di barbarie e si opponevano più fieramente all’attuazione de’ suoi ideali. Sempre si era esaltato dell’esaltazion di coloro che pongono sè stessi oltre ogni umana possibilità nel più fondo cuore del più cieco egoismo. E per aver accarezzata la propria vita sotto ogni forma ed averla posta sì in alto, al lume dell’intelletto, da deificarla, per essersi creduto sacro ed inviolabile e non aver pensato mai di dover nulla a qualcosa di più grande del suo io, tanto si era ammutolito nell’amor di sè stesso da compiangersi e da veder sè come uno sciagurato che una violenza nemica, senza alcuna ragione, voleva spingere alla morte. L’anima sua imbelle scambiava per illuminata coscienza tale decadimento e velava d’odio e d’ingiustizia la propria paura.

Era terribilmente combattuto; si avviava a quel punto in cui la disperazione trasmuta un’anima e l’innalza alla più pura bellezza o la scaglia verso le vie del delitto. Egli doveva uscire da tale stato di angosciante incertezza, doveva risolversi e agire in qualsiasi modo, ma agire.

E sempre che s’appartasse o chiudesse gli occhi nel suo silenzio, gli appariva Rinotta, la bella giovinetta fiera ch’egli amava come s’ama l’amore a vent’anni, e gli pareva di non esser più di un meschino di fronte a lei e di non poterla rivedere (se pur ciò poteva essere mai) se non dopo una prova tale che dovesse spengere ogni dubbio.