Ma Ombra non rispondeva. Una tremenda furia di vento scendeva dall’oscura vastità traendo seco nembi di sabbie che saettavan nell’ultimo crepuscolo, simili a impenetrabili nubi rigonfie levate dalla terra alle sommità dell’aria. La notte era prossima. Là dove l’astro era disceso, sui cieli della stella d’oro, saliva, fra l’abbaglio ininterrotto dei baleni, una cupola nera e densa e grave come il piombo; saliva compatta, lasciando un deciso confine fra sè e il sereno, senza interposte nubi. E dal cielo alla terra era un diffuso orrore.
Ombra si fermò. Depose il ferito allo scarso riparo di una duna; gli si pose contro, dal lato in cui il vento più faceva impeto; si accosciò; tacque.
Furio Valerio chiuse gli occhi come a sopire la viva sofferenza ed era esangue, di un bianco pallor mortale.
Non dissero verbo. Sentivano la furia degli elementi rompere l’enigmatico silenzio come se nessun’altra voce potesse essere fra cielo e terra là dove l’uomo non giunge, nessuna voce diversa da quella della morte. Superati gli effimeri confini, usciti dalla lieve trama delle apparenze e degli inganni e dei falsi valori era dunque quello l’aspetto di Dio?... La parola dell’immensità eterna e della sconfinata morte?... Tutto non era più di una festuca, più di una gola che trilla nell’attimo, fra gli astri, e da sola si ode e si duole e muore, sempre da sola fra l’impassibile.
Ombra, l’uomo ridesto, levò l’arsa faccia contro i cieli remoti, fissò gli occhi sul brivido dei baleni, sentì un gran freddo, sentì come se una volontà inespressa ma presente e diffusa per ogni aspetto ignoto, l’opprimesse senza tregua sotto il suo segno deciso.
Il fanciullo taceva, raccolto sotto la mantella di cui gli aveva coperte le spalle e non apriva gli occhi se non per guardare il compagno in una adorata tenerezza. La notte era giunta. Era giunta con la rapidità del fulmine, chiusa come il sepolcro.
Ombra si levò. Gli parve che il vento lo avrebbe guidato come guida la rondine sul mare, quando emigra; come conduceva le gru che passavan su la sua casa, nelle notti più fonde e più tempestose del novembre. Tanto valeva cadere in quel luogo o più innanzi. Ciò deve l’uomo: camminare anche se gli appaia vana la meta, anche se il suo sangue l’abbandoni e la vita, a mezzo la strada; ciò deve, sotto il mistero, per levar la fronte pallida e grande alla luce degli astri.
E come disse:
— Andiamo!
Il fanciullo levò un poco il capo e rispose: