Andava e andava, reprimendo in sè la voce del suo spasimo, cercando una forza sovrumana, costringendosi al martirio il quale per macerare il corpo nella grandezza del volere, dona all’anima, più libera, due grandi ali al suo volo.
Non si domandò se era quella la strada, non cercò tracce per dirigersi. A quando a quando la notte si squarciava in una fulminea rivelazione sotto le vampe verdigne e allora appariva la terra, la dolorosa terra del suo cammino. Ma quanto si appesantiva il passo ad ogni nuova duna! Ogni duna doventava un Calvario ma non vinceva la volontà di lui. Giorgio degli Antoni non seppe il gelo della disperazione; l’anima della sua razza fu in lui come il ferro nell’antenna della nave e le chiavarde nelle torri centenni e lo resse; l’anima non per anco rivelata nel bestemmiare della vita trascorsa fra le tane delle talpe e le aridità dei retori, ma viva solamente e solamente intiera nell’ora del suo amore e del suo martirio.
Si era detto di morire e sarebbe morto nè gli sembrava grave lasciar la vita se pure, dal fondo di una incommensurabile distanza, gli sorridevano gli occhi dolci ed ardenti di una giovinetta, in una promessa attesa da troppo tempo perchè non dovesse turbarlo. Ma si era detto di morire, aveva fermato in sè il suo patto.
E scendeva e saliva fra il balenare sempre più frequente, investito dalle raffiche; la gola, gli occhi e le narici riarse dalle sabbie.
La tempesta rinvigoriva col crescer della notte. Ora si udiva un cupo e continuo bubbolìo, un rombo e un rimbombo e lo schianto delle folgori. I baleni spesseggiavano. Dalla terra al cielo, la lotta, pur dianzi accesa fra gli uomini, si rinnovava nell’impeto titanico dei venti contrari. E nessuna rivelazione era innanzi al cuore dell’uomo e nulla scendeva dall’abisso ai sensi della creatura che non fosse affanno ed angoscia e rovina.
Camminare, lottare, morire. Ed oltre la morte quale altra lotta coglieva la nostra sostanza a erigerla al lume di un astro, a una coscienza nuova? Dove era la fine del gurgite? Dove mai la tenebra senza raggio e senza moto e senza il palpitare di un Dio?
Due uomini andavano per il deserto: anzi un uomo ed un fanciullo, una sola volontà sorta di pianta millenne pel fior di una stirpe tenace e su questa s’aggravava ogni angoscia ed ogni sofferenza, invano. Fin che il cuore reggeva, fin che le forze non fosser venute meno di schianto, Ombra avrebbe proseguito, si sarebbe trascinato innanzi senza rivolgersi, senza misurar la via. Ogni pietà pel suo soffrire era morta; tanto aveva martellato il suo volere in sè, da renderlo insensibile.
Ancora si fermò. Riprendeva lena solo allora che si sentiva prossimo a procombere, solo allora quando il suo passo si attardava ed egli cedeva sotto il peso intollerabilmente grave. Come le altre volte depose il ferito al riparo di una duna e gli si accosciò a lato senza parlare. Avrebbe voluto che Furio Valerio non avvertisse se non la presenza dell’amico, come una certa salvezza, come una vigile forza incrollabile e nulla più. Il suo nome non importava, la sua parola era vana. Si chiamava Ombra.
Tacquero. Anche Furio Valerio non ebbe parola. Lo vedeva ad ogni lampeggiare con gli occhi chiusi e la bocca serrata e, se accostava l’orecchio, sentiva il suo respiro interrotto. Gli posava la rude mano callosa, su la fronte: era fredda.
La bufera era sui loro capi, fra il tempestare di un vento gelido. Ora abbrividivano.