Si era distesa fra le canneggiole e i viburni, di contro a un greto, e sentiva sui piedi scalzi il carezzìo dell’acqua e su la faccia la brezza del mare e le stille della rugiada. Seguiva l’aliare lievissimo delle libellule vellutate, il guizzare delle idrometre, il trascorrere dei pesci in cerca di preda. Vedeva tutto e nulla come in uno specchio tersissimo, riposando l’anima nei sensi distesi a voluttuosa letizia.
Era come la terra beata, come il fiume presso la foce che un poco ristagna, dimentico dell’aspre cime e ancora ignaro del tumultuoso mare. Godeva senza sapere perchè, sperduta nella calma dolcezza mattutina come tutte le cose.
Padron Antonio passò lontano, diguazzando nelle pozze co’ suoi grandi piedi color bronzo e le gambe irsute. Aveva la mazzacchera. Tornava dall’aver pescato i ranocchi nei maceri. Dileguò nell’azzurra levità dell’aria fra l’acqua e i greti.
Poi una verletta, vaiata come la buccia del castagno, volò fra i rami sopra il capo di lei, ad un nido. Una voce stornellò dal forteto. Allora Rinotta incominciò a pensare. Il pensiero nacque tranquillo dal silenzio dell’anima sua immobile, come la gallora nel rincollo del fiume. Dilagò. Pensò il mare, le navi, le terre lontane, l’amore. Una luminosa catena. E la voce cantava sempre. Il cuore cominciò a battere un poco più forte, a rallegrarsi di un qualcosa che non aveva aspetto. Guardò una fila di nubi color di rose poi le innumerevoli foglie delle acacie, una riga di sole. Fu dapprima come un mareggiare e un fluttuar di nebbie sottili e dalle nebbie ritornò la sua giovine pena. Dov’era? Che faceva? Le aveva scritto una volta e non più. E così, com’è della natura di ciascuno, tanto più si appassionava quanto più pareva le sfuggisse ciò che non le era parso tesoro allorchè le si offriva ad ogni ora, apertamente. Poi si figurò ciò che era nella sua bramosia e tutta si perse, l’anima abbracciata da un semplice amore giocondo.
L’ora era trascorsa fin oltre il meriggio così, ed ella era ritornata all’opera sua a malavoglia che non avrebbe voluto veder nessuno e nulla udire che la togliesse dal suo chiuso a ricondurla alla vita com’era, alla muta realtà presente.
E, a tarda sera, si era raccolta nella corte, coi bimbi, ad agucchiare intorno a una vesticciuola pensando alle cose miti che le davano una materna soavità.
Poi la luce fu per esulare. Il portone fu chiuso e più non si vide la viottola erbita.
Bartìn, l’ultimo figlio di Carlotta, il bimbo che più le piaceva, era rientrato con i due pastori. Passò Maddalena con l’utello e una lampada spenta. Non si udirono che rare voci sommesse. La casa era assorta come la sera alla quale approdavan le stelle. Abbandonò il lavoro sul grembo; levò gli occhi ed il viso; guardò. E se fosse morto?... Se fosse morto?... Allora si sentì affondare nel silenzio, si trovò sola di fronte al suo dolore e alla vanità della vita, non ebbe più ardimento, si smarrì come chi, dalla casa serrata, si affacci al livido orrore del turbine: pianse.
Che poteva, più che piangere, la sua giovinezza incompiuta? Un’ombra le passò da presso e non si fermò. Ella non la vide: vide il cielo oscurato. Non si udiva più nulla, più nulla, più nulla!... Si passò le mani su la faccia, nascose il volto fra le palme, singhiozzando, ripiegandosi su sè stessa, sotto l’ombra e la notte impassibile.
Nessuno poteva risponderle, nessuno l’avrebbe racconsolata mai! E, come avviene nelle nature forti, la raffica si ingrandì e la travolse.