E l’uomo pallido, nella sua berlina, s’inchinava e benediceva commosso dalla formidabile commozione del suo popolo, trascinato dall’enorme violenza.
Allora ella sentì i singhiozzi serrarle la gola e non sorrise più. Gettò tutti i suoi fiori, a fascio a fascio, e quando più non ne ebbe sul davanzale agitò le piccole bianche mani. La sua voce fu fra le infinite; ma ella sentiva, come tutti sentivano intorno a lei, che non era un uomo che passava, nè un pontefice che si acclamava piangendo, ma un’altra cosa più grande, per la quale era giusto soffrire e morire: l’Italia! — L’Italia che si levava dalla sua secolare sofferenza, purificata e intatta per ricominciar la via.
E anche quel giorno era tramontato, ma nel grigio cerchio degli anni splendeva tuttavia come una gemma solitaria.
Poi qualcuno ch’ella adorava umilmente e tenacemente era morto a Calatafimi, in battaglia, nelle giornate del prodigio ed ella aveva impallidito come il fiore senza più sole e aveva veduto trascorrere i giorni e gli anni, i mesi e le stagioni senza più nulla domandare, ferma ad un vespero della sua giovinezza e ad una ricordanza di amore e di pianto.
Nonna Pasquina aveva saputo più mondo; non era stata, come la compagna sua, il fiore del brolo, la conchiusa malinconia che appena s’illumina di una fuggevole luce. Sposata a un giovane fiero e combattivo, costretto all’esilio in tempi sinistri, era fuggita con lui in Inghilterra, donde era ritornata sola. E anche il destino di lei si era risolto in amarezza. Solo nonna Fortunata era giunta ai suoi novant’anni vedendo serenare i giorni innanzi a lei e compiersi la sua speranza nel tempo. Comunque fosse, la diversità dei destini non le aveva disgiunte. Come andavano insieme ai tempi belli della loro primavera, così si trovavano al vespero, unite. Allora avevan compagno il desiderio, ora il silenzio, per le stesse vie, negli stessi luoghi. Ma il cuor loro era immutato e l’anima senza cruccio. Scendevano, serene, alla porta che non si riapre mai più, declinando con la soavità dell’ombra, nell’amore di Dio. E le genti le sapevano ormai come le cose che sfuggono al tempo ed alla morte, nella loro raccolta umiltà; come le cose sempre vedute, sempre uguali, che dànno al core una pace improvvisa e la nostalgia delle memorie.
Quella sera nonna Fortunata era più gaia e gli occhi suoi rendevano splendore. L’allegrezza sua si era comunicata alle compagne, perchè palpitavano di uno stesso bene tutte tre.
Nonna Concetta leggeva una lunga lettera e, a quando a quando, si soffermava e le altre con lei. Eran per via, verso la chiesa, come ad ogni vespero. Cantavan le campane, e qualche donna, dagli angusti cortili, cantava d’amore a salutar la sera. Nessuno c’era per la via, come sempre, se non il povero, immobile presso il coltrone, all’oscura soglia del tempio.
Nonna Concetta levò il volto di su la lettera e disse:
— Che santa creatura! Fate che ci ritorni, Signore!