Per dolcezza solamente, perchè la gioia di sentirsi rinascere nei figli dei figli, di lasciar qualcosa della propria anima al tempo, non era stata concessa che ad una fra loro, alla più vecchia, a Fortunata. E il nome suo era sorto dalla sua fortuna. Quando il figliolo di lei ebbe sposato e quando le nacque un nipote, nonna Pasquina e nonna Concetta, che sempre le erano dintorno, le dicevano ad ogni sospiro:

— Come siete fortunata!

E Fortunata si chiamò. Nessuno la conobbe diversamente nè in casa nè altrove; nè fra i poveri nè fra i ricchi.

Erano vecchie, ma vecchie di tanti anni che quasi più nessuno dei loro coetanei sopravviveva; tutto il mondo della loro giovinezza era scomparso da sotto il sole, o permaneva come in un’alba di accorante mestizia, fra le ricordanze più remote, simili a un sogno vissuto appena fra vespero e aurora, inenarrabile. Avevan veduto altri costumi, sapevano altri governi e le persecuzioni e le morti e le battaglie e l’ansito del batticore. Nonna Concetta ricordava le grandi feste che s’eran fatte in città per il passaggio di Pio IX. Allora era giovinetta! e piacente, co’ suoi grand’occhi chiari, pieni di carezzosa mestizia, e i giovani le stavan d’intorno, per l’amore di lei che era desiderato. Era un giorno sereno, con un gran sole e una letizia, diffusa talmente per tutta l’aria, che pareva ne ridesser le case e le torri e ogni opera umana ed ogni cosa del mondo. Ella gioiva come la rondine ebbra di aurora e sentiva la sua giovinezza illuminata, raggiare. Aveva un bel vestito a righe, color di rose, un’acconciatura con certi boccoli morbidi e lucenti che pareva le baciassero il viso sereno e una gran voglia di ridere e di piangere insieme per la commozione che le serrava la gola. Stava a una finestra, sul Corso; tutte le finestre erano gremite di donne, di fanciulli, di bimbi e il Corso era una grande fiumana di gente.

I giovani passavano nella via e levavan la faccia a salutare. L’amore passava con loro nella gran luce serena. Quali giornate senza fine!

Poi un lungo fremito attraversava la folla. Le voci s’incrociavano, si fondevano crescendo; non eran più una ed una, ma il grido della folla ebbra del suo gran core.

— Viene!... Viene!...

— Eccolo!... Eccolo!...

Molti piangevano e mostravano le lacrime loro senza alcuna vergogna. Ella pure piangeva, ma un pianto di piena dolcezza che non le toglieva il sorriso. Le piccole mani bianche le tremavano come il core. Che avveniva mai? E il grido si espandeva e la folla si stipava sempre più, spessa come le spiche nel campo, agitata da un soffio di ardore. Si udivano squilli di trombe. Poi fu come uno schianto improvviso, nulla più valse a trattenere il turbine delle genti. Erano apparse le staffette in livrea e una grande berlina ondeggiava in fondo facendosi strada a gran pena.

Allora il cuore parve fermarsi; la vita fu sospesa nell’attimo prodigioso. La parola che stava in ogni anima raggiando, ma che non era mai echeggiata a delirio, si liberò, fu gridata a voce di pianto, a voce di gioia. Andò, ritornò, si elevò su da quel crogiuolo di ardore, con l’impeto dei battimani, fra il ritornello degli evviva.