E le nonne andavan di passo uguale, a fianco a fianco, guardando la terra. Due tenevan le mani aggroppate sotto lo scialle, la terza aveva la corona. Non parlavano; Vespero le immutiva e le ricordanze. Erano già presso la chiesa, al pesante coltrone che ne chiudeva l’entrata. Un vecchio giaceva sulla soglia, immobile, la faccia levata all’alto e le braccia abbandonate fra le ginocchia. Non si vedeva la sua infermità; pareva fosse tutto perduto in Dio, anima e cuore, tanto era fermo il suo volto nel silenzio dell’ora.

Come giunsero alla chiesa, furon rideste dalla voce lamentosa dell’infermo:

— Fate la carità, creature di Dio!

E una d’esse si fermò ad esaudire la domanda, poi, a passo lieve, a volta a volta, scomparvero nella chiesa e il coltrone si appesantì su l’ombra.

Così tutte le sere, come il giorno mancava, entravano nella remota chiesa della piccola città provinciale ed ivi restavano finchè non fosse sopraggiunta la notte con le sue stelle. Allora si toglievano dagli inginocchiatoi e, a passo lento, l’anima ad un solo pensiero, parlucchiando appena, rifacevan la strada l’una a fianco dell’altra, chiuse nei loro scialli neri, all’antica, le mani aggroppate sotto lo scialle. Poi ad una piazzetta si soffermavano tutte tre inchine e intorno c’era qualche raro passante; si scambiavano l’augurio consueto con un leggero rammarichio nella voce:

— Buonasera Pasquina!

— Buonasera Concetta!

— Buonasera Fortunata!

— Buonasera!

E ognuna se ne tornava sola, lungo i muri, alla sua piccola casa. Così fin che il giorno non risorgesse, fin che la sera non ritornasse con la salutazione angelica. E tutti le sapevano, in città, e tutti le chiamavan le nonne, per dolcezza.