Avevano ancora, nell’arca, i loro scialli di Ternò, a quattro doppi, tutti frangiati e da tanto tempo non li portavano più perchè bastava loro l’umiltà dello scialluccio nero nel quale si imbacuccavano a nascondersi, quasi vergognose di farsi vedere tanto vecchie; ma quel giorno ognuna, senza saper dell’altra, aveva voluto trarre dall’arca lo scialle di Ternò, per farsi bella.
Nonna Pasquina mentre si adornava così, gettando talvolta una fuggevole occhiata nel vecchio inutile specchio verdastro, si era sorpresa a cantare una canzone dei tempi andati, semplice e grande; e cercava le spille e dimenticava dove fossero, e tutto dimenticava nella fretta, fermandosi a mezzo di un atto, senza saper più cosa fare. Si sperdeva, si obliava dietro un sogno, dietro un ricordo illuminato dalla gran gioia del presente. Aveva aperto le piccole finestre che davano sull’angustissimo giardino della sua casetta.
Un giardino da bimbi dove anche poteva stare una vecchia col suo cuore pieno di ricordanze.
Era maggio; c’era un sole tiepido che svegliava ogni vena; si udiva un grande brusìo per la strada che passava al di là di un muro. Il sole si era disteso sul pavimento, era salito sul postergale del letto fin su le coltri, pareva giuocasse con tutti i suoi pulviscoli d’oro e la stanza era un rifugio di luce.
Nonna Pasquina cantava. Che ore erano? Guardò la vecchia pendola, ma si era ferma. La sera innanzi aveva dimenticato di caricarla. Era sbalordita, tanto sbalordita che aveva sognato di avere diciotto anni e aveva sognato tante altre cose che, a confessarle, una vecchia come lei avrebbe dovuto arrossire. Epperò ne era turbata, a volte, allorchè la visione le si ripresentava più chiara; scuoteva il capo sorridendo.
Ed ecco non sapeva più a che punto rifarsi per compire l’abbigliamento suo e s’imbizziva finchè il ritornello della canzone tanto vecchia, quanto la vita sua, non le tornasse alle labbra.
E cantava e s’obliava. Avevan bussato alla porta? Era forse Fortunata?... Stava in orecchio, non udiva nulla; udiva il grande brusìo della strada e il cuore le si stringeva tutto quanto e la gola anche. Una volta si sorprese a ridere ma di un riso tanto strano che, se non si fosse frenata a tempo, avrebbe finito col piangere. Poi guardò nel giardino l’aiuola delle violacciocche e pensò di farne un gran fascio. Bisognava spicciarsi, chè Fortunata sarebbe giunta da un momento all’altro; e girava e anfanava, dispersa nella luce del mattino e dell’anima sua.
Poi giunse Fortunata e ristette sulla soglia.
Anche Fortunata aveva lo scialle di Ternò e un vestito di raso a pieghe a pieghe, che pareva abbrividisse dal freddo, e i guanti. Si fermò sulla soglia. Era un poco pallida; domandò:
— Non siete pronta?