— Quali violacciocche?

— Quelle che volevo portargli!

— Gliele darete dopo; ora non c’è tempo, andiamo.

E svoltaron pei vicoli per sfuggire la folla, per non vedere, per non commuoversi troppo. Poi si vergognavano del loro abbigliamento; la loro consueta umiltà ne era ferita. Nonna Fortunata, tra per vincer l’emozione e per timore di avere esagerato nell’eleganza, si era aggrottata in volto e non parlava. Nonna Pasquina era troppo sperduta ne’ suoi pensieri per dir parola. Si tennero per le vie più deserte, giunsero alla stazione quasi di soppiatto e quando si trovaron d’improvviso fra la folla acclamante, fra il tempestar dell’urla e delle musiche, in quell’arruffio di gente che pareva fuori di senno, tanto era trascinata dall’orgasmo, non seppero più nè avanzare nè fermarsi, si lasciaron trasportare nel rigurgito, senza opporre resistenza nessuna.

Poi non seppero spiegarsi ciò che avvenne; si videro ferme in un angolo della stazione, addossate ad un muro, le vesti sgualcite, sole, ma contente, ma liete di una grande gioia come se la giovinezza loro fosse ritornata e con lei i giorni della gloria.

Donato le trovò in quell’angolo; le sorprese come due estranee, ignare di tutto; se le portò via nel turbine della gioia come in un trionfo d’amore e le due candide vecchie lasciaron fare, il volto rorido di lacrime. Poi corse un nome fra loro:

— E Concetta?

— Dov’è Concetta?

— Andiamo, andiamo, ci aspetterà.

La vettura divorò la via, passò fra le acclamazioni frenetiche, svoltò per le strade del silenzio. La porta era socchiusa.