Le compagne si accostarono. Ella era seduta là, più bianca de’ suoi lini, contro il poco sole che illuminava un muro del cortile. Aveva su le ginocchia uno scialle, una veste antica color di rose, un po’ di fiori secchi, un astuccio. E le mani scarne tremavano e così la pallida bocca. Non era più lume in quel viso se non negli occhi mesti. I tre la guardarono senza parlare.

Ella non guardò che Donato e brancicava e voleva dire. Per la squallida stanza era una pallida luce e non si udiva rumore.

Poi il giovine le cadde di peso ai ginocchi, stette prono innanzi a lei. Allora l’angoscia della lenta agonia si accrebbe, non per la morte che era attesa e benedetta, ma per il costretto silenzio.

Pareva che la gran pietra fosse calata per sempre ed ella dovesse partire così nella sua malinconia, senza poter dire la santa parola; ma Iddio le fu misericorde. Ed ecco che essi la videro levarsi; ecco che riudiron l’eco della voce dispenta:

— Prendi.... bambino.... tienila per mio ricordo! È la medaglia di Calatafimi.... che non fu mai portata.... non te ne separare.... che è santa!

E la pallida faccia malinconica si illuminò di una gran luce; più non parlò: vide e gioì nella sua morte, vide e gioì per l’ombra del suo lontano amore che riviveva in quell’ora, nell’anima sua moritura e nella giovinezza d’Italia.

La vela nera.

Per l’ignota e tenace masnada che mantenne viva, negli anni più oscuri, la tradizione italica fra gli imbestialiti montoni delle opposte sponde.

Pochi sanno delle navi e degli uomini tenaci che vanno per l’Adriatico. I piccoli porti, fra le lunghe palizzate, sono pressochè ignoti, si aprono nel silenzio delle terre estreme dove non passa la nostra fiumana.

Una gente antica vi si perpetua. Il nome di Venezia e il cuore della città grande vi sopravvivono. È una forza invincibile di razza di cui l’Italia si illumina. Là i fanciulli battono le vie degli avi, sul mare, approdano alle stesse terre su le opposte sponde e scacciati vi ritornano e combattuti non cedono.