Paròn Zorzi fissò gli occhi all’alto e lesse fra le stelle l’ora della notte, poi si mise giù per sentieri dell’altra china. Due volte ancora si fermarono, chè parve loro di riudire il busso dei piedi nudi su la nuda terra; ma come stavano all’ascolto, ecco, tutto taceva. Avevan le vanghe ad armacollo e il capo scoperto e su le spalle il fucile. Il colle fu superato, si trovavan ora innanzi una lunga teoria di case, l’una presso l’altra, tutte uguali, mute ed oscure. Chi dormiva o moriva dietro le piccole porte, sotto le terrazze anguste? Sembravano una fila di pecore, ferme nel cuor della notte, spaurite.

Passaron oltre. Conveniva affrettarsi. Prima che fosse l’alba dovevan riprendere il largo, col loro carico. Videro un minareto lontano; incontrarono una torma di cani selvatici.

Procedevano affiancati, il fucile proteso, pronti ad ogni sorpresa: ma il sonno delle creature pareva uguale e profondo come la notte. Poi Zuane affrettò il passo e Paròn Zorzi lo superò.

Percorsero l’ultimo tratto correndo. Quando giunsero sotto un alto muro rossigno, diverso da ogni altra costruzione intorno perchè elevato dai nonni dei loro nonni in quel luogo, nel nome di Venezia, Paròn Zorzi si fermò e disse:

— È qui!

C’era una piccola croce segnata sul muro, sotto il leone di San Marco.

Paròn Zorzi prese la vanga e dette il primo colpo, gli altri lo seguirono. La terra si accumulava, era già un mucchio e il mucchio cresceva. Sotto la vanga non si udiva suono se non quello della terra secca. E non ebbero requie, senza più sostare, incanendosi tutti cinque all’opera furtiva finchè Paròn Zorzi sospirò forte e si levò sul torso. Avevan trovato. Da quel punto l’opera procedette più regolata. In breve la cassa fu libera dal terriccio e fu issata sull’orlo della fossa. Allora, senza prender riposo, Paròn Zorzi, Titta-Nane, Zuane, Fortunato la levaron pei quattro lati e se la posero sulle spalle. Dore andò innanzi. E il corteo taciturno riprese la via del ritorno. Andaron giganteschi nell’ombra e oscuri, come quattro eroi recanti il simulacro di un Dio contro il mistero.

Dore vegliava senza fiato, balzando innanzi di forza, ma gli altri procedevano a passo uguale, impassibili. Era discesa nell’anima loro la religiosità della morte, e ne ingigantivano. Nessuna cosa poteva essere più grande e nessuna più bella. Tutto il mondo e tutti gli uomini scomparivano agli occhi loro e il pericolo anche e la scimmiesca paura.

Era nel loro cuore la divina grandezza della morte e il senso dell’infinito. Potevan camminare fra le stelle, eterni, come era eterna l’ombra che li incupiva transumanandoli. Non disser parola; anche il loro respiro non si udì, come il passo su la terra. Si avviavano al cammino dell’eternità. E le vie furon deserte. Ripresero il sentiero del colle com’eran giunti, inosservati. E salirono alla cima e discesero per l’altra china. Già si annunziava l’alba, ma appena, per la prima stella.

Ora avevan di poco superata l’ultima casa quando udirono dietro di loro una voce, ma il loro cuore non ne tremò. Si udì anche un fracasso di rame stroncate e un urlo. Si fermarono. Dore ritornò sui suoi passi, avanzando col fucile spianato. Gli altri attesero senza sgravar le spalle dal loro peso, fermi ed impassibili. Fu un silenzio. Dore si fermò presso una macchia. Non si udiva più che il bombito del mare vicino e la tartana era là, su le acque. Ma in quella che Dore ritornava e stavan per riprender la via, si udì una voce fievole, come un grido d’angoscia straziante: