Eppure in quel momento la realtà poteva bastare a tutti i nostri bisogni, ed era anche bella a vedersi. Avevamo appetito e quelle esalazioni gastronomiche che ci accarezzavano l'olfatto erano larghe di promesse. Quel dolce tepore, quel crepitare del fuoco, messi a raffronto colla temperatura esterna e il desolante spettacolo dell'inverno, ci confortavano le membra. Quella luce calda che inondava la cucina, che brillava sugli alari e sui rami lucenti ond'erano ornate le pareti, rischiarava una scena d'interna felicità. Intorno a quel focolare si raccoglievano le gioie facili e positive d'una buona famiglia. In quell'ambiente calmo e sereno io mi sentivo rinascere ad una vita nuova. Come alcuni animali che, giunti ad un certo punto del loro sviluppo, mutano la pelle, così io credo che l'uomo, passato l'ardore della prima gioventù, subisca una crisi che ne modifica l'organismo. Sembra ch'io fossi giunto a quel punto, perchè sentivo di subire una trasformazione importante. Ed è forse in quell'epoca della vita che le malattie ereditarie incominciano a manifestare i loro importanti sintomi insidiosi. Difatti, a misura che mi cadevano le spoglie dell'età giovanile, mi sentivo circolare nel sangue i gusti di mio zio canonico: — l'amore della pace.... una stanza calda, una buona cucina, una cantina ben fornita.... e una buona moglie!... aggiungevo io.

Le mie aspirazioni mutavano indirizzo, l'idealismo svaporava ed incominciavo ad apprezzare i gusti moderni, a diventare seguace del realismo; e andavo rimuginando come fosse possibile di mettere insieme una famigliuola come quella che mi stava davanti: semplice, agiata, tranquilla, onesta, felice! Ripensando agli amori elevati ai quali avevo aspirato, mi ritornavano alla mente gli abiti da festa di Martino, che appena indossati gli apparecchiavano un disinganno, e dicevo fra me stesso: — Chi sa?... forse sarebbe stata la mia sorte!... e chi cade dall'alto s'ammazza. Sarebbe meglio contentarsi del poco, ma sicuro. Ora sarei contento d'una vita ragionevole, confacente ai miei casi, senza lusso nè sfarzo, senza pernici coi tartufi.... Una moglie modesta, una cucina calda, e un tacchino arrosto!... ecco i miei nuovi desiderii.

Pur troppo anche col realismo io ricadevo nei sogni... perchè per me era un sogno tutto quello che oltrepassava il valore d'un modico stipendio, e il ricavato di poca terra. La base del realismo è il denaro, quindi mancandomi la base del nuovo sistema, tornavo mio malgrado idealista.

Tuttavia per quel giorno l'arrosto non era un sogno!... e la cucina calda nemmeno... per la moglie ci penserò dopo pranzo: dissi fra me. Intanto non mi stancavo mai di contemplare quel quadro che mi stava davanti, palpitante di vita nelle persone e nelle cose; tutto si muoveva in quello spazio fortunato, dall'uomo allo spiedo, e s'udiva un lieto e confuso mormorio di voci umane e di marmitte.

E mi figuravo se fossi io il sor Nicola!... Egli mi rappresentava l'uomo felice. Riscaldato dalle fiamme della sua legna, consolato dalle emanazioni della sua cucina, amato da sua moglie, da sua figlia, circondato da' suoi amici, dissetato a tavola dai suoi vini, egli non aveva nulla a desiderare sulla terra che non fosse suo!... e tutte le cose sue cooperavano alla sua felicità.... Io non avevo nulla di mio, la casa era di mio zio, la scuola del Comune, e quando ero innamorato non era mia nemmeno la donna! nè poteva divenirla. Erano mie le noie dell'insegnamento... i miei debiti... i miei difetti... e il mio cane!... Sì, questi era proprio mio, per l'affetto scambievole che ci legava. Un cane sembra poca cosa, ma io ero più soddisfatto di dire: « il mio cane, » che certe mogli di dire « mio marito, » certi ministri « il mio ministero, » certi sovrani « il mio trono! »

— Signori, la minestra è in tavola, — annunziò la Menica.

Caddi come al solito dalle nuvole, ove mi aveva trasportato la fantasia, per recarmi al posto che mi venne destinato.

Il salottino da pranzo faceva voglia a vederlo. La tovaglia e i tovaglioli sentivano il bucato, i cristalli limpidissimi brillavano alla luce delle candele; piattini d'acciughe, di prosciutto, di butirro fresco e di sedani ornavano il servito, mentre sui palchi della credenza le frutta di tutti i colori facevano corteggio ad un magnifico panettone di Milano, che pareva pavoneggiarsi della sua obesità, fra la mostarda e il torrone, come il Figlio del cielo chinese fra i Mandarini.

Io sedevo dirimpetto al signor Nicola, fra l'Agata e la signora Giovanna; la Rosa ci serviva, mentre in cucina la Menica e Martino approntavano le vivande, e Bitto passava in rivista i piatti di ritorno aspettando la sua parte.

La trasformazione morale apparecchiata dal tempo e dai disinganni e compiuta all'aspetto della pace domestica intorno d'un focolare lautamente ornato, mi aveva eccitato l'appetito. Come il baco da seta che dopo cambiata la pelle mangia con voracità, io faceva onore al banchetto, d'accordo con mio zio, che la coscienza tranquilla ci fa sentire lo stomaco vuoto e ci predispone favorevolmente al nobile ufficio di riparare le perdite della natura.