E il primo dentino che spunta, ancora impercettibile, che appena si sente col dito, esso è più prezioso pei parenti del dente d'avorio d'un elefante trasportato in Europa colle carovane attraverso le steppe e i deserti!
Queste sono le piccole gioie e i piccoli dolori della vita domestica, ma pur troppo vengono anche i grandi. È appunto coi dolori della dentizione che incominciano le prime ansietà e le prime paure. Talvolta tali sofferenze producono la febbre. Quando un bambino ha la febbre, la buona madre non vive più, prostrata davanti la culla essa studia tutti i moti, gli sguardi, i gemiti più lievi e i sospiri del piccolo infermo, lo ricopre con somma cura e delicatezza, gli tocca la testa e le gote accese, lo bacia e lo inonda di lagrime. Vorrebbe dare la vita per vederlo guarito, e non può fargli nulla. Per essa quella febbre è il più grande avvenimento del giorno. Annunziatele la morte d'un uomo illustre... la perdita d'una battaglia... la caduta d'un regno... essa non se ne cura, non ascolta, non intende nulla; il suo bambino è ammalato, essa attende ansiosamente la visita del medico, e quando esso è giunto davanti la culla gli racconta minutamente i più piccoli sintomi scoperti e indovinati dalla sua chiaroveggenza e colle pupille intente nel volto del dottore ne indaga le intime impressioni, ne scruta il pronostico sulla fisonomia, teme d'essere ingannata per pietà, e vorrebbe indovinare il futuro.
Le malattie dei bambini!... ecco l'amaro realismo che attossica il dolce idillio, ecco il primo scoglio che incontra la felicità coniugale. Quante angosce, quanti spasimi che succedono imprevveduti e repentini alle delizie della culla!...
Eppure gli stessi dolori servono a serrare sempre più il sacro nodo che stringe la famiglia, e ne rende più prezioso il legame. Che cosa resta nella sventura se manca il compianto di chi ha divisa la gioia?!...
Nei giorni nefasti, quando la mia Giuseppina cadde ammalata per la dentizione e il morbillo, la desolazione aleggiava sulla casa, e la nostra vita sembrava sospesa. Agata non abbandonava un minuto la sua creatura, nè di giorno nè di notte; beveva appena qualche sorso di brodo per sostenersi, e non chiudeva gli occhi oppressi dal sonno che col capo appoggiato al capezzale della piccola inferma, svegliandosi al rumore d'una mosca. Mia suocera era accorsa ad assisterci e a farci coraggio, la Menica aiutava la Rosa, Bitto non lasciava che di rado la camera dell'ammalata, ed io avevo perduta la testa, e non servivo che d'imbarazzo.
Ogni gemito della bambina ci gettava tutti nell'angoscia, ad un suo sorriso i nostri volti si illuminavano come l'orizzonte alla comparsa del sole, e quando migliorava sensibilmente, era una gioia universale.
Giuseppina era dotata d'una costituzione robusta; sua madre colle cure intelligenti del cuore aiutava potentemente la natura e la scienza, e grazie al cielo nostra figlia ci fu conservata, e passate le burrasche d'infanzia crebbe in buona salute, acquistando vigore dall'esercizio delle membra nell'aria pura ed elastica delle montagne.
Agata la sorvegliava e dirigeva con intelletto d'amore, secondando il bisogno costante dei fanciulli di muoversi, di correre e saltellare, ma occupandosi in pari tempo dello sviluppo del corpo, della mente e del cuore. Non rispondeva mai alle sue domande con quelle erronee asserzioni che lasciano nei fanciulli un lievito d'idee false e di pregiudizi. Le spiegava ogni cosa con verità e precisione; evitando soltanto ciò che sfiora il candore e l'ingenuità giovanile, ma aguzzando il suo intelletto, ed alzando il suo pensiero ad elevati concetti; coltivando nel suo cuore i sentimenti più nobili, delicati, gentili, che avvezzano a pensare agli altri prima che a sè, godendo maggiormente del bene operato in favore altrui, che d'un piacere personale. E la bambina cresceva sana e affettuosa, forte e sensibile, e con gusti semplici.
Quando muoveva i primi passi ancora incerti, si abbrancava al pelo dello schiena di Bitto, e si teneva salda al suo appoggio, ed egli andava avanti pian piano, l'aiutava a camminare, mostrandosi altamente compreso della sua responsabilità. Bitto fu il primo amico di Giuseppina, e certo il più devoto e fedele; compagno inseparabile della sua infanzia, fu in pari tempo il suo protettore e la sua vittima. Egli la seguiva dovunque, coll'intento evidente di sorvegliare i suoi passi, e guai se un uomo od una bestia le bazzicava troppo vicino! egli li avvertiva con un grugnito significante, di passare al largo, e nessuno se lo faceva dire due volte, nè aveva voglia di scherzare quando il guardiano mostrava i denti.
Quando il cane si sdraiava maestosamente sulla soglia, la bambina andava a sedergli in grembo, egli si acconciava in semicerchio per riuscire più comodo, e talvolta essa, appoggiando la bionda testa ricciuta sul nero pelo del suo amico, s'addormentava tranquilla; e non c'era pericolo che Bitto si movesse fin che durava quel sonno. Quando essa apriva gli occhi egli la guardava con affezione, e se la piccina piangeva, le lambiva il viso e le mani per consolarla.