La sua povera condizione l'ha costretto ad abbandonare il tetto paterno per recarsi lontano a guadagnarsi il poco pane che basta appena per la sua esistenza, e quindi gli viene interdetto il matrimonio dalla povertà. Egli non ha mai veduto una moglie affettuosa nella sua casa deserta, non ha mai udito nè il caro vagito dei bimbi, nè la voce stridula dei fratellini maggiori, non ha mai parlato di sante affezioni intorno al suo squallido focolare... esso è cieco, sordo e muto!... e deve mostrare la luce ai figli altrui, e udire le loro obbiezioni, e parlare il linguaggio paterno ad estranei.

Dura condizione, e funesta al paese!

Io era una delle rare eccezioni, e la mia vita diveniva sempre più lieta per le cure affettuose di una moglie che metteva la sua gioia nell'amore della figlia e del marito, e impiegava tutta la giornata a farli felici. Al mio ritorno dalla scuola l'Agata mi aspettava sulla porta colla bimba in braccio, e le insegnava a farmi festa. Io le baciavo entrambe, prendevo la piccina con me fin che la madre apparecchiava la colazione od il pranzo, e si mangiava lietamente, colla bambina sui ginocchi, godendo de' suoi attucci, de' suoi movimenti vezzosi, del sorriso, della grazia colla quale chiedeva di far bombo, o mostrava di volere il cucco. Dopo pranzo, sparecchiata la mensa, la piccina vi danzava sopra sostenuta da sua madre, ed io passava un'ora senza accorgermi a farle il bau bau; e questo era il mio teatro. Altro che tragedie!...

Mia moglie si compiaceva di farmi delle grate sorprese. Un giorno trovavo sullo scrittoio del mio studio un bel mazzo di fiori, un'altra volta un lavoruccio di panno per pulire le penne, o una ghiotta pietanza in tavola, o un bel piatto di frutta. E sempre con qualche delicata attenzione mi faceva vedere che pensava a me anche quando ero assente. Se aveva delle buone notizie da darmi, mi veniva incontro per annunziarmele più presto; e mi faceva parte d'ogni minuzia, dicendomi che tutto doveva essere in comune nella vita domestica, e non mi risparmiava nulla:

— Sono nati i poponi; i piselli sono maturi, la magnolia ha fiorito, e ti aspettavo per condurti a vederla.

Un'altra volta trattavasi di casi più gravi. Erano nati venti pulcini da ventidue uova, uno s'era rotto, l'altro non si sapeva perchè si fosse ostinato a restare nel guscio. Un giorno poi la nonna aveva mandato in dono alla sua mimma un bel dente di cinghiale guarnito in argento, con una campanellina, da appendere al collo, e quello fu un vero avvenimento.

Ma quando aveva da darmi delle cattive notizie mi disponeva a poco a poco a riceverle con rassegnazione, evitandomi la scossa delle impressioni dirette e imprevedute, e così me le rendeva meno dolorose. Talvolta me le lasciava anche ignorare per evitarmi inutili amarezze, ed ordinava a tutti il silenzio. E se me ne accorgevo più tardi, e chiedevo conto d'un tacchino o d'un vaso di porcellana che non vedevo più, tutti, tutti d'accordo mi rispondevano: « Eh, eh!... è tanto tempo che è morto!... sono tanti mesi che è rotto!... » e non se ne parlava più. Non c'era rimedio, e se tutti s'erano consolati, non mi restava che a fare come gli altri.

Ma chi potrebbe descrivere con verità l'entusiasmo materno e paterno alla prima parola balbettata dai propri figli? Ma qual lingua è più eloquente di quella d'un bimbo che dice per la prima volta mamma e babbo?

Forse chi non ha mai inteso questo linguaggio dai proprii figli troverà più ameno e interessante un discorso accademico. Per me protesto altamente contro tale eresia. E chi potrà spiegare fedelmente l'effetto prodotto nei genitori dai primi passi della loro creatura? quantunque il bimbo si regga appena col sostegno d'una mano sotto l'ascella e avanzi esitando il piede tremante, tuttavia la mamma esclama con ammirazione:

— Vedi.... Vedi come cammina bene!...