Mio zio, che si recava ai bagni di Bormio, volle farmi il favore di arrestarsi qualche giorno al villaggio; ond'io gli feci ammirare i restauri del suo casino, la modesta agiatezza succeduta al lurido disordine del mio antecessore, ed egli ne rimase soddisfatto.

L'accompagnai in casa Bruni per ringraziare quei buoni signori di tutte le bontà che mi andavano prodigando. Essi diedero un pranzo in onore di lui, e furono tanto cortesi non solo da tacere la mia condotta, ma anche da farmi degli elogi.

Io era tutto contento di rivedere il mio vecchio zio, ambizioso di fargli gli onori di casa, lieto di prodigargli le più delicate attenzioni, e tutte le cure d'una ospitalità previdente.

Io avevo dato alla Rosa le opportune istruzioni; abbandonare ogni grettezza, procurarmi i cibi migliori, i vini più scelti, e far debiti in caso di bisogno. Io sedevo a tavola dirimpetto a mio zio, lo servivo con sollecitudine affettuosa, gli mettevo sul piatto i migliori bocconi, e gli tenevo il bicchiere sempre ricolmo. Egli mi accennava di arrestarmi, ma poi cioncava e stava allegro. Tutto procedeva a meraviglia. La Rosa faceva miracoli, e Bitto lambiva le mani a mio zio e gli faceva mille feste. Il cane ha un istinto che non l'inganna, egli sente a usta gli amici e i nemici del padrone, mena la coda o abbaia secondo il caso.

L'Agata, alla quale la Rosa s'era raccomandata per avere dei consigli risguardanti la cucina, mandava invece dei cibi squisiti, belli e pronti da mettersi in tavola. Ah se tutti i consiglieri facessero così!...

La Veronica m'aveva mandato per mezzo dello zio squisiti manicaretti milanesi dei quali mi sapeva ghiotto, e così si faceva ogni giorno baldoria, e si stava a mensa lungamente.

Io vedeva in mio zio non solo il più prossimo parente, il benefattore ed il padre, ma bensì il mio liberatore dall'esilio di Valtellina, che mi pesava assai e non aveva più scopo. La contessa Savina maritata, io poteva ritornare a Milano. Questa era la mia ambizione e il mio sogno; io mi proponevo di svolgere tutti gli argomenti possibili per persuadere il mio buon zio a questo passo; e non avevo motivi che mi facessero temere un rifiuto. Egli mi chiese conto naturalmente delle mie occupazioni e de' miei studi; ed io gli risposi:

— Caro zio, la scuola rurale è un incubo, una penitenza, una espiazione. La mia vita è un continuo sacrifizio, e mi è chiuso ogni adito ad una carriera onorevole. A che cosa può condurmi l'insegnare l'abbicì ai piccoli idioti delle montagne? Senza un avvenire in prospettiva, mi manca anche il coraggio di studiare. Per lavorare bisogna avere una meta, ogni studio ha bisogno di un fomite. Quivi non posso sperare nessuna risorsa, nessun compenso alle mie fatiche.

Volendo evitare ogni allusione al passato, mostrai d'attribuire al mio esilio il solo scopo di mettere in assetto l'amministrazione rurale della piccola proprietà, e quello d'acquistare un titolo in qualità di maestro, incominciando l'insegnamento dal primo scalino, e proseguii:

— Ora, avendo restaurata la casa, diventa più facile affittare vantaggiosamente la terra; io ho fatto le prime prove nell'istruzione, e posso aspirare ad un posto superiore. Quivi io non istudio, non imparo, sono lontano dai superiori e dalle occasioni di farmi onore; mi avvilisco, mi scoraggio, non vivo, ma vegeto!...