Mio zio mi ascoltava tacendo. Il suo silenzio mi urtava i nervi, i nervi agitati fanno dire delle bestialità, ed io venni alla conclusione seguente:

— Vuol dire che oziando, passeggiando e fumando il sigaro, aspetterò un migliore avvenire dalla Provvidenza!

Non so se sia stata l'assurdità della frase o la Provvidenza invocata che abbia scosso mio zio; ma il fatto sta che si scosse.

Certo era assurdo che la Provvidenza fosse tanto improvvida da proteggere un ozioso che ne aspettava i benefizii passeggiando e fumando; e mio zio, che per me rappresentava la Provvidenza, se ne commosse.

— Hai torto di sragionare, — mi disse, — e di non apparecchiarti una strada collo studio e la coltura, ma hai ragione di desiderare una sorte migliore, e ti prometto che intendo occuparmene e soddisfarti. Puoi credere quanto mi deva esser caro il tuo ritorno a Milano, non avendo altri parenti vicini, che possano tenermi compagnia e sostenere la mia vecchiaia. Abbi un po' di pazienza, non bisogna precipitare, ma al mio ritorno mi darò premura di soddisfare i tuoi voti, e di trovarti un collocamento a Milano, che ti permetta di farti conoscere.

Tale promessa mi ridava la vita; m'alzai, presi la mano di mio zio, la copersi di baci, la bagnai di lagrime. Il pensiero di ritornare nella mia cameretta di Milano m'aveva esaltato. Accorgendomi però che mio zio mi guardava con qualche sorpresa, procurai di calmare il mio soverchio entusiasmo per non destare sospetti, e poco dopo cambiai discorso.

L'ora del pranzo era quella delle ciarle, delle confidenze, e dell'espansioni. All'indomani mio zio mi raccontava le novità di Milano, mi rendeva conto degli amici, dei conoscenti, dei vicini.

— A proposito, — diss'io con aria indifferente, — come va il matrimonio della contessa Savina?

Mio zio mi guardò in faccia prima di rispondere. Io affettai una tale bonarietà che dovette ispirargli fiducia, ed egli un po' esitante rispose:

— Veramente.... se devo dire il vero.... non va troppo bene.