E dopo una lunga aspettativa cadde, finalmente.... la neve.

Di tutte le cose che si attendono, le sole che non mancano mai all'appuntamento sono le stagioni. Il mondo gira colla scrupolosa precisione di mio zio canonico, ed entrambi hanno il segreto di trovare la varietà nella monotonia.

Le disgrazie non vengono mai sole, e quando giunse la neve a chiudere gli armenti nelle stalle, io dovetti aprire la scuola per accogliere i miei scolari.

La neve e la scuola mi privarono dei passeggi, grave inconveniente, perchè le gambe che camminano giovano assai ad un cervello che trotta, e quando sono costrette a fermarsi, nasce un disquilibrio: la mente si affatica e il corpo riposa, e da tale sconcerto di funzioni fisiche e morali nasce come naturale conseguenza la noia, la malinconia, la paturna, lo spleen degl'Inglesi.

Dopo la lezione mi chiudevo nello studio, aprivo un libro, ma guardavo fuori dalle finestre leggendo in aria tutto quello che sta scritto nel firmamento, nelle meteore, nello spazio, nel tempo. La solitudine, il silenzio, il cielo nuvoloso, la terra ricoperta dalla neve, come feretro d'una fanciulla del candido tappeto simbolico, portavano i miei pensieri alle più tetre considerazioni. Meditavo sulla morte della natura, e sulla probabilità d'una prossima fine del mondo, quando la Rosa mi consegnò una lettera di mio zio che mi annunziava il parto felice della contessa Savina, che aveva dato alla luce un bel maschio. Ecco ancora il realismo!... Il mondo non era disposto a finirla. — « Il nobile neonato, mi scriveva mio zio, promette meraviglie, poichè appena venuto al mondo ha assunto le funzioni di giudice conciliatore. » Credevo che mio zio diventasse matto, ma invece faceva lo spiritoso, continuando in questi termini: « Infatti bastò la sola comparsa di questo rampollo per far sparire ogni dissenso fra gli sposi, che dimenticate le passate discordie, si sono riconciliati nella gioia del grande avvenimento. Vi furono splendide feste, rinfreschi, confetti, e un codazzo di carrozze alla porta. » E qui con un lirismo declamatorio, mio zio mi andava annoverando le consolazioni materne che compensano largamente le pene d'una moglie onesta, la nobile missione di allevare un figlio che porti con onore il nome illustre, e contribuisca coll'avito censo al lustro della casa e al decoro della patria.

Il parto della contessa aveva messo in vena mio zio canonico, che s'era sgravato alla sua volta di tutti i luoghi comuni accumulati da tanti anni nel suo cervello dai quaresimali del Duomo, accompagnati da uno scialacquo di rettorica. La sua lettera era tutta ingemmata di dilemmi, sillogismi, metafore, tropi, pleonasmi ed iperboli, e tutto questo lusso di figure per persuadere un nipote spiantato ad abbandonare ogni più lontana velleità di affezione verso una contessa milionaria, moglie d'un dissoluto, convertito a miglior vita in virtù d'un giudice conciliatore neonato!... Egli si diffondeva prolissamente sulla deplorabile insania di chi spera nella colpa, sulla atrocità degli attentati alla pace e all'onore delle famiglie, sulla imperdonabile depravazione di chi aspira alla donna degli altri!... e conchiudeva: « Fortunata la contessa Savina d'aver ottenuto dalla Provvidenza il dono prezioso d'un figlio che la consola di ogni amarezza, riconduce il marito al focolare abbandonato, rende la famiglia completa, e la difende dai pericoli e dalle tentazioni del diavolo. »

Presi in mano la penna, per confutare la lettera di mio zio scrissi d'un fiato dieci pagine assurde, piene di sarcasmi, di cinismo, d'invettive, di bestemmie contro l'amore e il matrimonio, la fede e la virtù, i neonati e la rettorica, le donne, i canonici e il diavolo. Poi le rilessi, le lacerai, e gettandole sul fuoco accesi il sigaro, e mi misi a correre sulla montagna attraverso la neve. Il freddo a sei gradi sotto zero mi riuscì sempre giovevole come calmante dell'amore e della collera. L'aggiunta di qualche bicchiere di vino scelto ha contribuito vantaggiosamente ad ottenere l'effetto. Il ghiaccio ed il vino, cioè l'antitesi, mi riesce l'antidoto degli eccessi. L'esperienza m'aveva insegnato la dose, limitandomi all'uso, e schivando l'abuso, lasciandomi il convincimento che una bottiglia di vino buono sia un farmaco eccellente contro i dolori morali. Con tale sistema non sono morto disperato, e all'indomani d'una batosta stavo ancora in piedi. Chi sa quante vittime del suicidio avrebbero rinunziato al progetto di togliersi la vita, se invece di due pistole si fossero trovate nelle mani due bottiglie!

Confesso che il matrimonio dapprima, e poi il parto della contessa Savina mi gettarono due volte alla disperazione, eppure io non avevo diritto di sperare nè al suo celibato nè alla sua sterilità; essa non poteva nè correre in Valtellina a chiedermi il favore di divenire mia sposa, nè una volta maritata rimaner senza figli; quello che era succeduto doveva naturalmente succedere; ma l'uomo si dispera sovente non solo di ciò che succede d'impreveduto, bensì dei fatti naturali o sociali che stanno nell'ordine delle cose. Chi giuoca si dispera di perdere!... e quanto più siamo fantastici, tanto più dobbiamo aspettarci di soffrire, perchè oltre alle perdite positive, che sono pur tante, avremo anche a deplorare la scomparsa delle illusioni, delle chimere e dei sogni.

Ma la speranza è un fiore bizzarro della vita, che sovente si pasce di vento, eppur vive e ci consola col suo olezzo; simile a certe orchidee delle regioni tropicali, le quali, appese in panierini nelle serre, si nutrono d'aria e di vapori, e tuttavia vegetano rigogliose e producono fiori stupendi, ed esalano soavi profumi. Mio zio coll'uragano della sua rettorica aveva tentato di schiantare la mia orchidea, ma il cuore l'aveva assicurata contro i danni della grandine, ed essa viveva ancora.... quantunque appesa ad un filo....