Era il giorno della gran festa nazionale, nella quale il Doge recavasi in pompa solenne agli sponsali del mare. Venezia risplendeva di tutta la sua antica potenza, l'amore e l'orgoglio della patria univa tutti i cittadini in festosa concordia, ed eccitava negli stranieri l'ammirazione e il rispetto. Il Bucintoro che solcava maestosamente quelle onde coi suoi fianchi dorati, dirimpetto alla città meravigliosa, era il simbolo della grandezza della antica repubblica. La poppa raffigurava una Vittoria navale coi suoi trofei. Le pareti esterne erano tutte adorne di bassorilievi dorati, rappresentanti le virtù e le arti.
Il salone coperto di velluto cremisino, era ornato di frangia, galloni e fiocchi d'oro. Verso la poppa s'innalzava sopra due gradini il seggio ducale fiancheggiato da due figure rappresentanti la Prudenza e la Forza; colle quali la politica Veneta seppe sostenere il governo pel lungo corso di quattordici secoli.
Il Doge si presentava al pubblico in tutta la pompa delle sue vesti, coperte d'oro e di gemme; accompagnato dalla Signoria, dal Senato, dal Maggiore Consiglio, e dagli ambasciatori delle primarie Corti d'Europa. Seguivano il ducale corteggio numerose galee, le barche dorate del dominio, le lancie ed i caicchi degli ufficiali di mare, i capi principali del commercio, fra i quali primeggiavano le eleganti peote dell'arte Vetraia, e delle Conterie di Murano, e finalmente una infinita quantità di gondole e di barchette che ricoprivano la laguna da San Marco fino al lido, adorne di festoni di fiori, di rami di lauro, rallegrate dalla musica e dalle canzoni d'un popolo soddisfatto. I vascelli di guerra e le navi mercantili, ancorati lungo la riva degli Schiavoni, salutavano il corteggio cogli spari delle loro artiglierie. Fra i vortici del fumo, e le onde agitate, le belle Veneziane passavano intrepide nell'agile gondoletta, e mollemente adagiate sui cuscini di piume, sfoggiavano il lusso delle seriche vesti, la grazia dei seducenti sorrisi, il fascino ammaliante degli occhi.
Il giorno ebbe termine col solenne banchetto del palazzo ducale, al quale furono convitate le primarie autorità dello Stato e il Corpo diplomatico. Sua Serenità sedeva sul seggio ducale circondato dagli ambasciatori, dopo dei quali venivano in ordine i Consiglieri, i capi del Consiglio dei Dieci, gli Avvogadori, i presidenti dei Tribunali giudiziari, e gli alti Magistrati che avevano assistito dal Bucintoro allo sposalizio del mare. Il pubblico, durante il primo servizio, aveva libero l'ingresso nella sala, ove accorreva ad ammirare lo splendore degli arredi, e il lusso delle laute imbandigioni. Uscito il pubblico, entravano i musici della Cappella ducale che rallegravano il convitto con armoniosi concerti.
Alla sera la piazza di San Marco offriva lo spettacolo meraviglioso d'una folla brulicante, briosa, ma ordinata e cortese. Fra un bisbiglio di voci liete e graziose, si vedevano i più bizzarri contrasti di colori e di costumi. I nobili e i magistrati colle sfarzose loro vesti, i cittadini coi mantelli bianchi o scarlatti, coi cappellini piumati a tre spicchi, le gentildonne in guardinfante e collo strascico, gli ambasciatori e i forestieri coi loro costumi nazionali, fra i quali risaltavano particolarmente i Turchi, i Greci gli Armeni.
Le donne sciorinavano i più ricchi abbigliamenti, stoffe di raso e di seta a larghe fioriture, con trapunti in oro, o ricami, con maniche e collari di merletti e di pizzi di meravigliosa fattura. Le alte pettinature brillavano di preziosi giojelli. Accanto alle gravi e magnifiche matrone sfilavano le vezzose e vispe lustrissime dal misterioso zendaletto, o dalla ricca bauta e offuscavano lo splendore dei brillanti delle gentildonne colla luce degli occhi parlanti; e una semplice rosa sul crine incipriato ornava talvolta quelle fronti giovanili, con più effetto d'un diadema. Le livree dei domestici, i costumi dei gondolieri e dei marinai, le donnicciuole del popolo di Burano e di Chioggia con le gonnelle sul capo, formavano un quadro d'un carattere originale, unico al mondo.
Venivano tutti col pretesto della Fiera dell'Ascensione, splendido mercato che si teneva in piazza San Marco, ma l'ammirazione non era esclusivamente concentrata sulle merci esposte in vendita, chè gli avidi sguardi dei giovani miravano maggiormente gli oggetti che non si potevano acquistare a denaro, ma che talvolta si conquistavano con un assedio perseverante di sguardi pietosi, e con l'arcana potenza di qualche parola furtiva.
Tutte le celebrità di quell'epoca intervenivano pompose nella piazza, come in una meravigliosa sala, comune a tutti, cittadini o stranieri, e passeggiavano lentamente fra gli sguardi rispettosi della folla, le ripetute riverenze e i profondissimi inchini.
Per di qua si vedeva fra un corteggio di eleganti incipriati, la bella e briosa gentildonna Giustina Renier, da quattro anni soltanto sposa al patrizio Marcantonio Michiel. Tutti ammiravano il lusso e le grazie della nipote del Doge, che rivolgeva la parola a suo zio materno Lodovico Manin, predestinato dalla sorte a seppellire la repubblica. Di là usciva dalla procurativa, seguita da un codazzo d'ossequiosi cicisbei, e si pavoneggiava per la piazza la pomposa matrona Caterina Dolfin Tron, sorridendo a diritta all'eccellentissimo Quirini, giunto apposta per la festa dalla sua deliziosa villa d'Altichiero, o scherzando alla sinistra col vecchio e curvo conte Gaspare Gozzi, canzonandolo con un piglio fra l'indifferente e il geloso sulla sua inclinazione per la francese Sara Cenet.
L'arguto poeta e gazzettiere, se ne scusava con motti piccanti e fini, e si rivolgeva come ad un appello decisivo, al potente procuratore marito, che li seguiva da vicino, corteggiato da una caterva di adoratori della moglie.