Passava un altro gruppo d'eleganti, facendo gran chiasso per lo splendore delle vesti, e il numeroso e scelto corteggio. Era la vezzosa gentildonna Contarina Barbarigo, la potente ed ammirata veneziana, che due anni prima aveva vinto l'Imperatore Giuseppe II in una graziosa lotta di spirito e di galanteria. La circondavano il cavaliere procuratore Alvise Pisani, Francesco Pesaro, e Nicolò Barbarigo, ed altri, astri minori, ma tutti brillanti di quell'epoca.
La vecchia gentildonna poetessa Cornelia Barbaro Gritti camminava cautamente, sostenendosi al braccio del figlio Francesco, parimenti poeta; come una stanca musa che invoca l'ajuto d'Apollo per salire al Parnaso. La vecchia musa in toppè era pastorella d'Arcadia, e veniva conosciuta dai pastorelli suoi amici, Algarotti, Metastasio, Frugoni e Goldoni, col dolce nome di Eurisbe Tarsense.
Ma in fianco a questi nobili avanzi di caduca poesia passeggiava un uomo antico, che con la mano ferma sull'elsa della spada parea sfidare i nemici della patria. Era l'illustre capitano Angelo Emo, ultima gloria delle geste militari di San Marco.
Infatti tutti i più bei nomi di Venezia si incontravano in quel ricinto di marmi, e spiccavano fra la folla mista d'ogni classe sociale. Ma anche nel ceto cittadino e popolare non mancavano rimarchevoli individui. Un grande originale era il burbero e sospettoso Carlo Gozzi, che sfilava brontolando fra gli archi delle Procuratie, desolato da un fatale contrattempo.
Il popolo indicava a dito il rivale di Goldoni, l'applaudito autore delle favole drammatiche, il quale dopo le sventure del perseguitato Gratariol, vittima delle Droghe d'Amore, sfuggiva gli sguardi della Ricci, attrice di moda, e suo malgrado la scontrava a ogni svolta di calle, accompagnata dal vecchio capocomico Sacchi, il più famoso arlecchino di quei tempi.
In un angolo della piazza un cavadenti vantava ai curiosi i miracoli d'un suo elisire, mentre dietro una colonna un individuo segnava in una carta quel gruppo. Questi era il pittore Pietro Longhi che studiava dal vero i costumi veneziani dell'epoca.
Il giovane Antonio Lamberti inseguiva da vicino la bionda Marina Benzon, e ispirato dalle grazie dell'avvenente persona e da qualche sguardo incoraggiante, andava componendo le strofe della canzonetta veneziana, divenuta tanto popolare: La biondina in gondoletta.
Un altro giovane poeta, che viveva in quei tempi in Venezia di un modestissimo impiego, andava in traccia d'Irene. Era il bassanese Jacopo Vittorelli, già celebre pel suo poema sul Toppè, allora innamorato d'Irene e dei maccheroni, che celebrava egualmente colle sue rime. Ma Irene in bruno zendaletto si confondeva fra la gente, e cogli occhi furbetti rispondeva ad altri sguardi. Noncurante della gloria futura la vispa popolana, sedotta da un piattello di calde frittelle, fuggiva con Fileno fra le braccia dell'Imeneo, lasciando che il poeta abbandonato morisse d'amore in piazza San Marco, e dopo morto cantasse a suo bell'agio:
Non t'accostare all'urna
Che il cener mio rinserra