e terminasse la sua funebre anacreontica prima di salire al letto deserto, dicendo all'infida Irene:
Rispetta un'ombra mesta
E lasciala dormir!
La folla aumentava sotto le loggie della fiera, che si componevano di vaste ed eleganti botteghe mobili, in legno, che venivano levate al termine delle feste. Era una pubblica mostra delle merci più pregiate, e delle migliori produzioni delle arti. Vi si vedevano a profusione i prodotti naturali ed industriali dell'Oriente, accanto delle produzioni nazionali. Abbondavano i broccati d'oro, le stoffe sontuose, i giojelli e i merletti. Vi si ammiravano dei ricchi arredi, dei mobili e delle cornici d'intaglio, l'arte vetraria spiegava tutto il lusso delle varie sue opere, le perle, i lampadari di cristallo, gli specchi tanto famosi.
Il gusto naturale dei Veneziani per le arti guidava ogni anno gl'intelligenti nel riparto consacrato all'esposizione dei lavori degli artisti viventi, ove si collocavano le incisioni, i quadri, le statue. In quell'anno la folla che circondava il locale destinato alle arti belle era talmente stipata ed incessante, che riusciva malagevole avvicinarsi alla meta. Eppure un solo gruppo attirava tutti gli sguardi, ed eclissava ogni altro lavoro. Questo gruppo rappresentava Dedalo ed Icaro, scolpiti in marmo da Antonio Canova.
Era la natura riprodotta in plastica con verità impareggiabile. Pareva che il sangue scorresse sotto la pelle rugosa del vecchio, il quale adattando le ali alle membra giovanili del figlio, mostrava la sua agitazione, colla contrazione delle linee del volto. Il fanciullo Icaro colla sua ingenuità pareva lieto dell'idea paterna, e sorrideva al pensiero di sciogliere il volo nelle regioni dell'aria. La folla si accalcava intorno a quel gruppo, e ripeteva con rispetto il nome dell'artefice insigne.
Filippo Farsetti, il fondatore della Galleria di Scultura nella quale studiava il Canova, accorreva ad ammirare il lavoro, insieme al Senatore Giovanni Falier, il protettore del giovane artista. Si scontravano per via col Procuratore Pietro Vittore Pisani che aveva allogato il bel gruppo, e che andava superbo di poter abbellire le sue magnifiche sale di un'opera che otteneva gli applausi universali. E in vero quelle due statue erano così superiori alle produzioni dell'epoca, che la stessa invidia taceva, e gli artisti viventi confessavano il rinnovamento dell'arte e volevano stringere la mano che sapeva così bene trattare lo scalpello ed imitare la natura.
Il modesto Canova fuggiva le pubbliche ovazioni, e assaporava le intime gioie del suo primo trionfo nella cella solitaria di san Stefano, già adorna d'altri pregevoli lavori. Infatti prima del Dedalo ed Icaro aveva condotto a termine il busto del Doge Renier per commissione del nobile Angelo Quirini; aveva ripetuto l'Orfeo con modificazioni del primo pel Senatore Grimani; aveva condotto in marmo un Esculapio e modellato un gruppo d'Apollo e Dafne.
I giovani suoi amici ed ammiratori andavano a visitarlo, e lo trovavano sempre intento al lavoro. Erano fra i più intimi il giovane scultore veneziano Antonio d'Este, che gli fu fedelissimo e stretto amico sino alla morte, il trivigiano Carlo Lasinio, incisore e pittore stimato, e Vittore Valdrigo.
Costui uscendo a notte inoltrata dallo studio di Canova si aggirava solitario per le calli deserte di Venezia, assorto nelle più gravi meditazioni. Quel grande e nobile esempio agitava il suo spirito, egli era costretto di confessare che le opere applaudite dell'amico erano il risultato dei continui studi e delle perseveranti fatiche, egli conveniva che il genio non fruttifica se non è fecondato dal lavoro, e sentiva nel profondo dell'anima una voce misteriosa che gli prometteva la gloria, qualora acconsentisse a consumare i pennelli sulla tela, come Canova usava gli scalpelli sul marmo.